Speciale C.S.I. - Vivere e morire a Las Vegas

Vivere e morire a Las Vegas. Come nella Los Angeles di Friedkin, anche nella città dalle mille luci circondata dal deserto si muore o si sopravvive. CSI è impregnato di quel pessimismo friedkiniano che annienta i protagonisti delle sue storie mettendoli costantemente di fronte al pericolo, al dolore oppure, al contrario, anestetizzandoli alla sofferenza, uccidendoli interiormente.
Quanta morte c’è in CSI? Quanta possono sostenerne gli occhi e il cuore di Sara Sidle, che dopo aver vissuto sulla sua pelle l’ultimo delirio plastico del ‘killer delle miniature’, decide di risorgere da questa vita ectoplasmatica per ritrovare la luce del giorno?
E quanta notte c’è in CSI? Un mondo di tenebre, senza mai un’alba, o di una luce abbagliante che trasforma la realtà in sogno: un universo dicotomico costruito su opposizioni violente, sempre più dark e tragicamente privo di speranza. Tanto che persino i suoi eroi, così imperfetti e fragili, eppure finora resistenti a questa notte perpetua, cominciano a vacillare, a mostrare esteriormente il cedimento fisico di un’esistenza tra i fantasmi.
E’ con questa motivazione che Sara se ne va, augurando ‘good luck’ alla recluta che la sostituirà, animata invece da voglia di vivere e fiducia nel lavoro. ‘Non posso più vivere tra i fantasmi’ dice in voice over mentre il suo volto guarda rapito, dal finestrino dell’auto, quelle luci che sembrava non saper scorgere prima, ‘accecata dal buio’.
Ed il suo straordinario personaggio ci lascia, con la stessa malinconia ispirata dall’ultimo bacio a Grissom, ennesima, disperata richiesta di aiuto, per ’essere portata via da tutta questa morte’. Come la Mina del Dracula coppoliano, Sara Sidle vive l’aspetto melodrammatico di un amore alimentato dal sangue e dalla morte. E del resto CSI si comporta esattamente come un horror-mélo della contemporaneità, annoverando i suoi protagonisti tra gli eredi dei vampiri del cinema classico o ancor di più delle riletture autoriali più recenti ed empatiche.
Ma perché parlare ancora di CSI? Perché la polizia scientifica di Las Vegas, di cui abbiamo già ‘sezionato’ temi e personaggi, indagandone i rapporti con il poliziesco/noir degli anni Ottanta e Novanta, continua a sorprendere, a rinnovarsi, a costituire ancora, dopo ben otto stagioni, un modello e un punto di riferimento per la televisione e il cinema.
Dopo aver filmato l’infilmabile – di morte come tabù visivo parlava Bazin – dopo essere penetrato nel corpo umano, rivelandolo in tutta la sua vulnerabilità e mostrandone non solo la carne e il sangue, ma anche gli snodi sinaptici, la serie ha deciso di sondare l’anima, quell’entità astratta ed eterea sui cui è basato l’intero concetto di esistenza e vita. La morte e la vita; il corpo e l’anima, uno pesante, materiale, visibile, in cui penetrare o essere penetrati – il sesso in CSI è quasi sempre pulsione mortifera – l’altro, al contrario, elemento impalpabile eppure così decisivo da stabilire in cifre il peso della vita che se ne va.
CSI sa filmare la morte, sa renderla persino attraente, come in Room Service (episodio 6.2) dove il corpo senza vita di un bellissimo attore rievoca per la capacità di affascinare quello della Laura Palmer di Twin Peaks, apparsa da subito come cadavere eppure attraente e desiderabile.
Ma il serial con la morte sa anche flirtare, con uno humour nero e macabro, assai divertente nella sua irriverenza: è il caso del repertorio di omicidi per ‘esigenza di copione’ con cui l’executive di una piccola casa di produzione di horror di serie B intrattiene Nick e Brass venuti ad indagare sul reale decesso della protagonista di quelle pellicole, trovandone il corpo tra i suoi simulacri in lattice, trafitti da accette o debordanti sangue, in The Chick Chop Flick Shop – Sangue e finzione (episodio 8.5).
Proprio di sangue e finzione si nutre del resto il serial, che non rinuncia a giocare con i generi, intersecando i diversi settori di indagine con quelli di un altro serial di successo, quel Senza traccia che, lungi dall’esaminare la morte, non fa altro che rincorrere la vita, combattendo contro il tempo per ritrovare persone scomparse. Who & What si intitola l’episodio 8.6, il crossover che ha mandato in estasi il pubblico americano, in onda metà in CSI e metà in Senza traccia: e se Anthony La Paglia si concentra sul Chi, sugli esseri umani e la loro anima da salvare, all’entomologo Petersen-Grissom non interessa altro che il Cosa, la materia corporea da sezionare per ricostruire la realtà.
In CSI ormai la vita pare riappropriarsi del proprio significato soltanto nella sua negazione, nell’esperienza del proprio opposto.
Così la realtà, accertabile solo dissezionando corpi e analizzando macchie e tessuti. Capire il mondo attraverso ciò che non c’è più, questa la grande rivoluzione del serial, la sua intuizione profonda del mondo contemporaneo. CSI opera la decostruzione di cui abbiamo bisogno per sentirci sicuri, la razionalizzazione necessaria di un universo troppo folle e complesso.
E’ per questo che il suo diretto erede non è un poliziesco dai valori positivi, come Senza Traccia – che pur rovistando nell’immondizia della società rimane sempre fiducioso nei confronti dell’umanità, da cui l’elemento malsano viene prontamente rigettato – ma piuttosto le derive psicotiche di Dexter, ematologo serial killer dagli insanguinati sogni a occhi aperti.
Dopo aver guardato nelle viscere del corpo umano ora CSI sembra voler compiere una sintesi di ciò che si cela nell’animo umano. Sempre più cupo e trincerato dietro i precetti della scienza, il serial fa dell’oggettività il suo Lume. Ma l’alba del deserto è ancora lontana, e le luci dei casinò non bastano a illuminare il sentiero dei protagonisti. La notte di CSI è ancora lunga e pronta ad offrire altri incubi catartici.
