X

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicit‡ in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di pi˘ o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui. Chiudendo questo banner, invece, presti il consenso allíuso di tutti i cookie



Speciale Sporting Teen Drama – Friday Night Lights

Pubblicato il 17 dicembre 2009 da Nicola Lazzerotti


Speciale Sporting Teen Drama – Friday Night Lights

Dillon, Texas: una piccola cittadina della provincia americana. Lì, a Dillon, non succede nulla di rilevante, nulla di straordinario, tranne una cosa, l’unica veramente importante per questa città: il football. Niente infatti conta qui come l’amore per la squadra del liceo locale, i Panthers. Benvenuti nel mondo di Friday Night Lights.

Durante la prima partita di campionato, l’idolo locale e atteso prossimo talento della NFL, Jason Street (Scott Porter), subisce un incidente durissimo che lo condizionerà per il resto della vita, rendendolo paraplegico. Contestualmente questo momento segnerà l’ingresso in campo dell’eterna riserva, il timido e introverso quarterback Matt Saracen (Zach Gilford); il ragazzo lentamente saprà conquistarsi la fiducia della squadra, dell’allenatore e della città, divenendo il leader dei Panthers. A fare eco alla sua storia ci saranno quelle dei compagni di squadra: il bello e maledetto Tim Riggins (Taylor Kitsch), Brian ’Smash’ Williams (Gaius Charles), un ragazzo di colore che cerca nello sport una possibilità di evasione e di successo, e Landry Clarke (Jesse Plemons), l’eterno e fedele amico di Matt.
A guidare la squadra il coach Eric Taylor (Kyle Chandler), uomo energico e determinato, capace di entrare negli animi dei suoi ragazzi insegnando a loro e a una città intera il senso intimo e reale di questo sport. Diviso tra il lavoro e la famiglia, composta dalla energica moglie Tami Taylor (Connie Britton) e dalla stupenda figlia, nonché ragazza di Matt, Julie (Aimee Teegarden).

Tratto dal romanzo A Town, a Team, and a Dream di Buzz Bissinger e dall’omonimo film del 2004 diretto da Peter Berg, creatore anche della serie, Friday Night Lights racconta le vicende e la vita di alcuni ragazzi in un complesso e articolato teen drama con un tono e una profondità non banali per un telefilm dal tema sportivo.
Gli elementi principali dell’operazione sono diversi, in primis la ’cultura’ redneck che avvolge l’ambientazione, una realtà fatta di povertà e disillusione dove ogni sogno si ferma al confine di Dillon, dove i giovani sono immersi in realtà sociali spesso disagiate con famiglie disgregate che vivono di sussidi: come accade a Matt, che nutre il sogno di studiare arte ma deve vivere in una città ignorante priva di qualsiasi supporto per le sue ambizioni, con un padre militare in missione in Afghanistan e una madre che è scappata di casa quando lui era ancora piccolo. Al ragazzo non rimane che restare a fare da badante all’anziana nonna, l’unica ad avergli mostrato amore. E simili sono le situazioni familiari di Riggins e Smash, tutti senza un padre, figura eternamente latitante. Allora spetterà al coach Taylor occuparsi dei ’suoi’ ragazzi, aiutandoli e sostenendoli nelle difficoltà. Per certi versi le famiglie disgregate sono un cliché fondativo del genere del teen drama, dal Dylan McKay di Beverly Bills 90210 alla Joey Potter di Dawson’s Creek; ma in questi esempi le famiglie rimangono comunque sempre sullo sfondo della vicenda. E anche quando la disgregazione viene posta in primo piano, come nel caso della famiglia di Dawson, questa mantiene sempre una certa forma unitaria. In Friday Night Lights, invece, per la prima volta il dramma famigliare ci appare nella sua tragicità assumendo connotati durissimi: l’assenza di quelle poche figure adulte, che si comportano spesso in maniera irresponsabile, costringe i ragazzi a comportarsi loro stessi da adulti, ad agire secondo quello che non sono e a mostrare in tale modo tutta la propria inadeguatezza. In contrappunto a tutto questo abbiamo la famiglia del coach, mostrata secondo toni rappresentativi ’normali’, che riesce ad andare avanti grazie all’unione e alla complicità, chiara metafora che si rivolge al motto di ’fare squadra’, allo stringersi l’uno all’altro e al supportarsi a vicenda, unico vero modo questo per vincere nella vita come nello sport.
A rendere possibile tutto questo è una regia straordinaria che, grazie all’utilizzo di un’eternamente presente macchina a mano, è intenta a inquadrare ossessivamente i volti e i primi piani dei personaggi col desiderio di scrutarne gli animi e di far emergere la loro fragile interiorità. Inquadrature, queste, che oscillano come a mostrare tutta la precarietà e l’incertezza esistenziale dei protagonisti. Tale messa in scena amplifica quel senso continuo di realismo presente nella serie, realismo costruito grazie anche a un’attenta scelta delle location, quasi tutte in esterni. Le strade deserte, i campi sconfinati e le case isolate sono tutti elementi che fanno parte di una geografia familiare, in un qualche modo tipica dell’America rurale. Un grande contributo alla riuscita della serie è dato dal montaggio sia audio che video: ogni puntata si apre infatti con le voci over di una trasmissione radiofonica sconosciuta e lontana (non se ne vedrà mai l’origine), voci che portano a galla i problemi della squadra e che diventano viatico e metafora dei problemi dei protagonisti. A un formidabile montaggio sonoro con ponti audio e voci off corrisponde un eccezionale montaggio video, soprattutto durante le riprese delle partite, mutuato naturalmente dalle immagini dei campionati maggiori e capace di elevare la messa in scena e travolgere lo spettatore con la spettacolarità delle azioni rappresentate.

Ma vi sono anche altre tematiche in questo telefilm, elementi che immediatamente emergono dalla rappresentazione, come il desiderio di emergere, legato intrinsecamente a quello dell’evasione, e la ricerca del successo, con i giocatori osannati e idolatrati dal proprio pubblico, argomento questo legato inevitabilmente a quello della precarietà e della fugacità di una notorietà resa possibile da un provincialismo che viene mostrato in modo straordinario. Più interessanti risultano però essere le argomentazioni che articolano i concetti esposti attraverso una maggiore profondità. Perché osservandolo bene, ci si può rendere conto di come Friday Night Lights sia figlio di questi tempi: nato dalle ceneri della cultura post 11/9, ne incarna l’essenza e le frustrazioni, una civiltà isolata e assediata - Dillon come l’America - con i suoi eroi combattenti, giocatori di football che sono come soldati, specchi luccicanti che combattono le proprie battaglie distogliendo l’attenzione della gente intorno da quelli che sono i veri problemi. Per meglio sottolineare questo aspetto basta compiere un semplice paragone con il già citato Dawson’s Creek, un programma figlio dell’era clintoniana, della quale rappresenta l’essenza. Pur portando avanti tematiche analoghe a quelle di Friday Night Lights, i personaggi dawsoniani sono infatti forti e maturi, colti e sicuri, dei vincenti con un futuro radioso davanti a sé, figli di un’America invincibile e senza rivali. Al contrario i figli di Dillon sono ragazzi spesso senza speranza, losers persi tra una birra e una scopata, con lo sguardo sperduto nel vuoto, rivolto ad un futuro che si ferma ai confini della città. Ma è proprio il senso di squadra, di unione, che sorregge questi giovani uomini, spinti da un obbiettivo comune grazie al quale lottano e lavorano per diventare un giorno uomini veri, affrontando uniti la vita, perché: “...Clear eyes full hearts can’t lose! Texas forever!...”


Enregistrer au format PDF