X

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicit‡ in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di pi˘ o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui. Chiudendo questo banner, invece, presti il consenso allíuso di tutti i cookie



Speciale Teleriflessività - Dirt

Pubblicato il 29 ottobre 2008 da Viviana Eramo


Speciale Teleriflessività - Dirt

“Milan è come tutti noi. Siamo una nazione di gente ricca e viziata. Milan è così estrema che in confronto ci fa sentire meglio, ma in realtà è la parte di noi che odiamo e abbiamo bisogno di lei, ci fa sentire meglio. È il suo lavoro.”[Don Konkey a Lucy Spiller, Dirt]

Non sono in pochi - e nemmeno poco autorevoli - a credere e sostenere che il cinema diventò moderno quando imparò a riflettere su se stesso come sistema riproduttivo e come linguaggio, quando cioè il mezzo si fece cosciente e imparò a parlare di sé attraverso se medesimo. E la televisione - che da sempre si denuncia come immediatezza allo stato puro, occhio trasparente sulla realtà - è (già) in grado di riflettere su se stessa?Si direbbe di sì, e non secondo un’unica modalità. Ci occuperemo, in questo speciale, di alcuni serial, nei quali è lo stesso (mondo dello) spettacolo ad offrirsi come referente diretto e riconoscibile del racconto di fiction. Questo regime di autoreferenzialità (televisiva) pare non limitarsi solamente alla soluzione più immediata (che potrebbe essere, forse, seguire una sit-com nel suo farsi), ma dimostra di sapersi declinare per abbracciare gli aspetti e i livelli più svariati, originando serie tv anche molto differenti tra loro.

Dirt, ferma al settimo episodio della seconda serie, fiaccata dallo sciopero americano degli sceneggiatori e finita dai pochi ascolti ricevuti in patria, è un esempio di come un prodotto seriale televisivo possa costituire un’occasione in cui la tv (ri)pensa se stessa, la stampa, le nuove (?) forme dello star system e il panorama mediatico in genere.
Lucy Spiller (Courtney Cox), caporedattrice del settimanale DirtNow e protagonista della serie, è figlia dell’attenzione sempre più crescente nei confronti delle donne manager in carriera che rivestono ruoli di potere in una società millenariamente portata avanti da uomini. Forse l’emancipazione (televisiva) iniziò con Sex and the city, proseguì con Una donna alla casa Bianca e ancora si declina fortemente in Cashmere mafia e Damages. Ma se Courtney Cox sembra mai lasciarsi andare alla propria femminilità - per quanto invece la sua presenza scenica la imponga in ogni inquadratura (siamo lontani dal fascino acqua e sapone che ha mantenuto per l’intero corso di Friends) - è perché vive nel terrore di non essere apprezzata per quello che è. Vecchia, vecchissima storia. Qui però la verità su se stessa che la nostra protagonista non concede agli altri, è invece la chiave della sua vita professionale – come giornalista – e privata - come ex adolescente marchiata a fuoco dal suicidio senza risposte di suo padre. E il gioco si moltiplica perché il telefilm con acutezza iscrive la tematica interrogandosi/ci a livello di medium e di linguaggio.

Lucy e la sua rivista di gossip esigono (inaspettatamente) fatti veri, non storie inventate. Ma questo è l’unico principio (etico) che sembra degno di essere rispettato, vista la natura dei mezzi tutt’altro che trasparenti e onesti con cui si otterrebbe la verità. Così se i contenuti delle notizie da copertina sono sempre fatti comprovati e comprobabili, il percorso per ottenerli è lastricato di brutte intenzioni, colpi bassi e manipolazioni, al ritmo di ricatti e bugie. Dirt è messa in scena al quadrato, che utilizza drammaturgicamente i mezzi propri della riproduzione televisiva e mediatica in genere.
Dirt sembra avvertirci continuamente che l’unica verità possibile è quella decisa di volta in volta proprio dalla messa in scena e dal medium (televisivo, fotografico o della stampa) che si autodenuncia, di contro, come inequivocabilmente trasparente. Ecco perché Lucy non trova altro modo di conoscere i fatti - e non solo quelli del giornale, ma addirittura quelli che riguardano le persone a cui tiene, come il fratello – che non corrisponda allo sguinzagliare, alle calcagna di chi le interessa, il suo fido fotografo. Le foto diventeranno prove di una storia della rivista, che poi cambieranno inevitabilmente la vita di chi vi è coinvolto, a livello personale e professionale. Facile constatare come in questo gioco di rimbalzi mediatici si assottigli drammaticamente proprio la possibilità a quella verità così agognata dalla protagonista che invece si ritrova, come gli altri personaggi, a vivere, convivere e manipolare finte verità e reali bugie. Ecco perché Don Konkey (Ian Hart) - fido fotografo di Lucy nonché suo unico amico - affetto da schizofrenia funzionale, sembra il solo personaggio genuino. In lotta con se stesso e con ciò che vede, è costretto continuamente a chiedersi se ciò che vive è allucinazione o realtà in un rapporto continuamente rimesso in discussione col mondo che lo circonda. Ed è esattamente ciò che il serial problematizza in un universo (mediatico) in cui quello che sembra reale spesso risulta frutto di una messa in scena.

Nella seconda stagione (menomata) la serie alza di più il tiro, presentando sì una Lucy maggiormente rilassata, (e in forma cartoon nella nuova sigla), ma sferragliando un attacco ancor più diretto all’impero mediatico americano, che stavolta non passa solo per il sistema hollywoodiano delle star, le cui sorti appaiono decise dal gossip e non viceversa. Nel secondo episodio è fin troppo riconoscibile nella Milan di cui sopra - biondina di turno straricca e senza capacità che finisce in prigione perché ubriaca alla guida - la controfigura di Paris Hilton, fenomeno tanto planetario quanto vuoto. Le dichiarazioni (false e prestabilite) di scuse nei confronti della nazione passano per una tv trasparente a cui il soggetto stesso si rivolge, ma sarà la stessa ripresa audiovisiva a smascherare la messa in scena. Che l’America sia una perenne messa in scena di se stessa?
É un brutto mondo quello di Dirt. Tutti si rivelano tessitori di bugie in un universo mediatico costruito sulla menzogna della trasparenza del mezzo. Dirt è esattamente questo. E forse il risultato è fin troppo freddo, emanazione di un microcosmo eletto a sineddoche, in cui niente si salva, nemmeno i sentimenti. Che sia stata questa la ragione del poco favore di pubblico? Dirt è intollerabile: è questo il suo problema, e la sua forza.


Enregistrer au format PDF