Speciale Teleriflessività - Entourage

Non dimenticarlo, io vengo dal niente! E per quanto i giocattoli mi piacciano, so farne a meno! [Vincent Chase, Entourage]
Dopo la tv che mette in scena se stessa di Studio 60 on the sunset strip, eccoci alle prese con la Hollywood vista dal/nel piccolo schermo di Entourage, terza tappa del nostro percorso dentro la nuovissima televisione americana alla ricerca di marche (auto)riflessive.
Firmata HBO e prodotta da Mark Wahlbergh, i cui esordi attoriali sembrerebbero fornire ispirazione alle vicende narrate, la serie segue la vita dell’attore Vincent Chase (Adrian Grenier) e del suo entourage per l’appunto. Ragazzo umile del Queens, Vincent non può fare a meno di trascinare nella sua scalata al successo i due amici di sempre e suo fratello, i quali si trasferiscono con lui nella sua sconfinata villa hollywoodiana.
Al centro della serie, dunque, questo corpus amicale/familiare molto ben assortito. Il protagonista è in realtà ben poco caratterizzato - se non unicamente per uno sguardo che strega e la solita giusta propensione per il gentil sesso - tanto da far spostare l’attenzione su uno degli amici, nonché suo manager in divenire. Eric (Kevin Connolly) è infatti l’unico, in questo strampalato clan, a dimostrare una profondità intellettiva e una capacità di linguaggio che gli permettono di leggere e valutare i copioni di Vincent, troppo distratto anche solo per buttarci un’occhiata. Eric è l’unico poi a poter sostenere il confronto con Ari, l’agente spietato, cinico e fuori di testa, col quale dà vita a spassosi botta e risposta. Di contorno la coppia Turtle (Jerry Ferrara) - Johnny Drama (Kevin Dillon), il primo è un ragazzotto in sovrappeso, il secondo - fratello di Vincent - è invece attentissimo alla forma fisica e fa i conti col fallimento della sua carriera attoriale, tanto rilevante quanto ormai terminata.
La serie mette in campo da una parte le dinamiche interne al clan originate dalle diverse attitudini e personalità dei componenti, dall’altra la frizione tra il furbetto mondo dello spettacolo e la genuinità di questi (ex) ragazzi di provincia che non smettono di pensarla come tali, pur godendosi a pieno le opportunità che il destino ha voluto e vorrà concedere loro. Ma qui Hollywood non è né immagine patinata da cartolina, né mondo grottesco. Lo stile registico e le scelte fotografiche della serie sono piuttosto vicine al taglio documentaristico, agli antipodi di una visione saturata, costruita, glitterata. Lo stupore che nasce nel telespettatore è allora solo conseguenza delle superville e degli uffici ultraconfortevoli, della facilità con la quale questi ragazzi ottengono privilegi, circondati da lusso sfrenato (peraltro sempre bacchettato dall’elemento razionale del gruppo, Eric) e donne (in realtà solo per Vincent il successo è assicurato, gli altri faticano un po’, pur guadagnandoci in appetibilità, vista la prossimità alla grande star). Le vicende narrate continuano ad essere riflesso di un mondo inarrivabile, sfacciato nella sua imponenza eppure tangibile nei corpi di questi ragazzi qualunque diventati qualcuno e nei movimenti di una camera (spesso) a mano che li insegue rendendoli così prossimi.
Per quanto questi personaggi si adattino, capiscano e poi padroneggino le regole di una società dello spettacolo avvezza a bizzarrie, contraddizioni e manie, essi appaiono sempre originariamente estranei, ospiti casuali capaci di mantenere le proprie personalità pur non volendo abbandonare quel mondo pieno di fascino. In questo senso si compie il dramma di Kevin Dillon, attore meteora che lo show business rifiuta come fallito non concedendogli una seconda chance, in contrasto col fratello minore che invece è nel pieno della popolarità. I due sembrano rappresentare punti diversi, potenzialmente in movimento, sulla parabola del successo, il cui andamento non è mai prevedibile.
Ma all’impressione di credibilità della rappresentazione dello showbiz, fa da contraltare il divertissement di una messa in scena che non manca mai di colorarsi dei toni della satira. Il mondo dello spettacolo allora diventa un gioco (di ruolo) le cui regole le si impara strada facendo, senza prendersi mai troppo sul serio. Così un regista ingaggia Vincent nel suo prossimo film perché è stato in grado di procurargli dell’erba in un momento di drammatica siccità e Vincent pensa solo a mangiare tartine mentre l’intero staff di Ari sciorina un lungo elenco di proposte di soggetti, declamando attori e registi.
Lo studio system appare in tutta la sua industriale programmaticità fatta di mosse studiate a tavolino, in cui gli unici aspetti non calcolati né previsti sono proprio quelli ‘artistici’ . Ma Eric e Vincent vogliono fare un ‘buon film’ e quando capita loro l’ottimo copione di una pellicola ambientata proprio nel Queens, non accennano a volerci rinunciare, nonostante le scenate esagitate di Ari di fronte al fatto che il film è una produzione indipendente. In questo modo Entourage non solo prende di mira lo studio system, ma ce n’è pure per il circuito alternativo, la cui nuova promessa, che ricorda Godard seconda una delle cubiste rimorchiate da Kevin Dillon (!), è un ragazzino che, senza disdegnare droga, alcool e orge, inserisce, per scherzo, una scena di fellatio nel copione allo scopo di testare la fiducia di Vincent nel suo lavoro.
Entourage si diverte così a costruire intorno l’immaginario cinematografico del (tele)spettatore a cui si riferisce citando continuamente film, registi e attori che alle volte si materializzano come guest star durante gli episodi, una sorta di dietro le quinte pur senza mai mostrare una macchina da presa. Non è l’atto produttivo e creativo al centro della serie ma proprio lo scalcagnato clan, punto di vista insieme interno e esterno, attraverso cui - proprio come loro- osserviamo Hollywood dal balcone di casa.
