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Speciale Teleriflessività - Studio 60 on the sunset strip

Pubblicato il 5 novembre 2008 da Nicola Lazzerotti


Speciale Teleriflessività - Studio 60 on the sunset strip

Si rinnova l’appuntamento mensile sulla nuova televisione americana. Televisione che mai come in questo periodo guarda a se stessa e al suo establishment fondativo, quale l’intrattenimento. Quindi dopo Dirt, è la volta di Studio 60, uno dei programmi più innovativi della tv americana.

Studio 60 on the sunset strip

Una feroce discussione, tra il produttore del programma (Wes) e l’incaricato del controllo sull’etica e la morale della rete, sull’opportunità o no di mandare in onda un determinato sketch (Crazy Cristians). Al tassativo no, il direttore del programma sale sul palco ed interrompe lo spettocolo in diretta nazionale. Si rivolge al pubblico con un proclama “Spegnete la tv...Quello che vedrete non sarà uno spettacolo divertente...” rompendo così la quarta parete e compiendo una delle critiche più feroci alla struttura industriale dell’intrattenimento americano.
Ecco come inizia lo spettacolo. In qualsiasi modo lo si guardi tutto appare incredibile, uno show di intrattenimento inizia inveendo contro se stesso, non c’è nulla di divertente o ironico, anzi la scena appare dolorosa e sofferente. Subito si capisce che la carriera dello stoico produttore televisivo finisce lì con una apparente sconfitta, apparente perché sarà il viatico per la nuova televisione e il nuovo ciclo dello show.

Matt (Matthew Perry) e Danny (Bradley Whitford) sono la coppia d’oro di Hoollywood, il primo sceneggiatore e il secondo regista, formatisi e diventati amici all’interno di Studio 60, una specie di Saturday Night Live, e successivamente epurati in seguito ad uno scontro tra Matt e Wes (il produttore del programma). I due sono urgentemente richiamati dal nuovo direttore di rete Jordan (Amanda Peet) per prendere il posto di Wes. Jordan rispetto al passato vuole portare all’interno della rete una nuova aria, seguendo una logica fondata sulla qualità e sull’indipendenza intellettuale degli autori della trasmissione. Ricetta semplice: più qualità, più ascolti. I due rassicurati sul proprio lavoro incominciano così il nuovo corso del programma.

Discutere di Studio 60 è in primis discutere di Aron Sorkin, produttore della serie, uno che dell’auto-riflessione, soprattutto televisiva, ha fatto un vero marchio di fabbrica. Prima di Studio 60, infatti, è stato già creatore di due serie come Sports Night e West Wing. La prima, incentrata sulle dinamiche affettive e amorose all’interno della redazione di un telegiornale sportivo, la seconda, sul dietro le quinte - politiche - dell’amministrazione presidenziale americana.
Con Studio 60 l’attenzione si sposta dentro uno show televisivo e subito lo spettatore è proiettato in quelli che sono i drammi e le relazioni che possono intercorrere all’interno di questo ambiente. Matt infatti è da sempre innamorato di Harriet (Sarah Paulson) la sua vera musa ispiratrice. Il suo successo inizia con l’avvento di lei nel programma, lui scrive grandi cose solo quando scrive per lei. Ma Matt è un immaturo, il suo personaggio sembra derivare direttamente dal Chandler di Friends, ne è anzi una prosecuzione, se si pensa che in Friends Chandler sognava di scrivere battute per vivere, ossia quello che di fatto fa Matt. Quindi la scelta sembra quanto mai mai azzeccata, al suo fianco si pone poi Denny più maturo e sicuro, nel lavoro e nella vita, finche non si scopre innamorato di Jordan.
Il romanticismo e il sentimentalismo sono onnipresenti nella serie, ne sono lo spirito guida senza per questo svilirne i contenuti, ma ponendosi anzi come sfondo di tutte le dinamiche narrative.

Gli argomenti trattati in Studio 60 sono molteplici. Sicuramente approfondita è la tematica della censura, da quella politica a quella religiosa. Questa materia è presa assolutamente sul serio, nell’intento della difesa della libertà, difesa vista alle nostre latitudini come qualcosa di eroico ma ritenuto assolutamente normale per il concetto anglosassone di libertà di pensiero. Infatti come in una qualsiasi moderna e libera democrazia spetta proprio al “buffone” il compito di demonizzare lo stato delle cose e renderne la verità. Come nel medioevo il buffone era l’unico che poteva accusare il re, i moderni comici possono compiere un’analisi critica e feroce della realtà, venata naturalmente da una sana matrice ironica. Ma questo compito impone una direttiva morale intransigente ed appare in tal senso significativa la puntata sull’ 11 settembre in cui, durante una riunione degli sceneggiatori, emerge il desiderio di dare al programma un tono razzista verso la cultura araba. Ed è proprio lo stesso Matt a fermare tutto, imponendo invece il dictat di non cedere a questo semplicistico e barbaro sentimento e risolvendo la questione con una grandissima battuta “Io sono ebreo...Io li odiavo già da prima...”

Punto di forza del telefilm rimane l’elemento esclusivamente auto-riflessivo. Come si costruisce uno show; il grande lavoro che si cela dietro le quinte, lavoro assolutamente sconosciuto se paragonato a quello nostrano. O come è organizzato il gruppo degli sceneggiatori, circa una ventina per un’ora e mezza di spettacolo, o la formazione degli attori, non esistono prime donne e la professionalità è d’obbligo. Questo è lo spazio d’azione in cui si muove lo spettacolo e rappresenta in toto la grande professionalità che esiste nello show-business statunitense, professionalità che è a sua volta il vero viatico per la grande qualità e la riuscita delle produzioni.
Tutto ciò emerge anche dalle grandissime interpretazioni dell’intero cast, da Matthew Perry a Sarah Paulson, da Bradley Whitford ad Amanda Peet.
Il grande rammarico per questa serie è l’unica stagione di vita, solo ventidue puntate in cui si sono affrontate tematiche forti come: la critica alla guerra in Afganistan, con tutto il suo carico di dolore; la nuova cultura americana democratica del post 11 settembre; e un’aspra analisi del mondo contemporaneo della televisione americana, quella delle multinazionali e del profitto ad ogni costo.
In ultimo, peso ha avuto per la produzione targata NBC, la rivalità con il similare 30 Rock, di cui parleremo prossimamente, anch’esso prodotto dalla NBC. La concorrenza tra le due serie, in realtà molto diverse tra loro soprattutto in termini di ascolto e di costi, ha sancito la chiusura prematura di Studio 60 in favore del programma di Tina Fey (formatasi anch’ella alla scuola del Saturday Night Live, anche questo prodotto dalla NBC).


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