TEATRO ARGENTINA - IL TEATRO POST-JUGOSLAVO

POST JUGOSLAVIA - Roma ottobre 2006 - Il Teatro di Roma si è impegnato in un’impresa ambiziosa quest’autunno, con la programmazione di un festival dedicato ai teatri dell’Ex-Jugoslavia, grazie alla partecipazione di Giorgio *, drammaturgo Un lavoro appunto difficile, data la frammentazione delle singole realtà nazionali-regionali e la distanza delle rispettive lingue parlate nei diversi paesi rispetto all’italiano. Quasi una distanza maggiore che con il russo, lingua comunque più studiata. Come ha fatto notare l’Ursini, proprio tuttavia per la citata frammentazione e difficoltà di stabilizzazione della cultura balcanica, i popoli jugoslavi sono tanto più sensibili, cartina di tornasole delle sfide e dei contrasti del mondo europeo e latamente contemporaneo. Sono realtà perfettamente integrate nel moderno, come è visibile dalla rassegna vista, ma infuocate da sensi di disagio specificamente postmoderni e tipicamente attuali: l’oscillazione identitaria, la caduta dell’identificazione statale-nazionale, la disgregazione sociale, la recrudescenza di sessismi e sciovinismi in varie versioni tuttavia paralleli alla messa al bando delle forme sociali gerarchiche di tradizione. Il primo spettacolo della rassegna è stato “quasi” italiano, perché diretto dalla regia di Paolo Magelli, allievo di Strehler.
CASIMIRO E CAROLINA - Casimiro e Carolina è quasi un inedito, per l’oblio in cui gran parte dell’opera geniale di Ödön von Horvath è caduta negli ultimi decenni; pur essendo riconosciuto come uno dei capolavori di Horváth. Significativo pensare che niente meno che un Thomas Bernhardt lo abbia “scoperto” nella biblioteca del Burgtheater di Vienna, lo abbia definito il “continente inesplorato” Niente di più naturale, quindi, per una realtà multiculturale come il Teatro Nazionale di Fiume “Ivan Zajc” (Croazia), che scegliere quest’opera “ad liminem”, ancora austro-ungarica - l’autore era di origine viennese, e lingua ungherese ma nato in Croazia, scrisse in tedesco e ambienta l’azione a Monaco! Da essa traspare tutta la problematicità dell’oggi plurilingue e multietnico dell’altra sponda dell’Adriatico. Il tema della precarietà economica, centrale nel lavoro che infatti parla dei problemi dei disoccupati a Monaco nel 1932, è perfetto per rispecchiare la situazione di miseria che coinvolge anche la Croazia oggi interamente, un paese profondamente in crisi. La narrazione sembra soltanto riferirsi ai piccoli problemi stile biedermeier, di finis austriae, di una coppia in crisi a causa di un licenziamento: ma in realtà, interpretato nella giusta luce e secondo adeguato sentimento contemporaneo, post-guerra invece che post-asburgico, è una narrazione sulla disgregazione delle società moderne, alla quale la Croazia non sfugge come non vi sfuggiamo noi, in Italia e nel resto dell’Europa. Con disincanto, si gioca drammaturgicamente con la forma simbolica scenografica dell’Oktoberfest, che traluce in lontananza e echeggia sinistramente nelle risate irrefrenabili di attrici che, a turno, salgono su una grande altalena fiorita e, come isteriche, ci recitano la risata degli ubriachi frequentatori della kermesse, poi smettono e tornano alla dimensione reale, terrena anche mettendo di nuovo il piede sul palco, tra gli altri attori (una trovata geniale, forse anche un po’ troppo surreale per chi non ne abbia le chiavi di lettura).
Vagamente classicheggiante lo stile esecutivo-attoriale dell’ensemble, per altro molto coeso, ma in certi momenti della necessaria, e più contemporanea, violenza, quasi sproporzionata rispetto ai parametri immaginabili da parte dello stesso Horváth. Ma il regista, Paolo Magelli, è toscano, ha lavorato a Prato, città tutta orientata al contemporaneo, e comunque proviene da una realtà troppo frammentata (se vi si sommano le esperienze croate e le collaborazioni rumene, forse alle vere e proprie fonti della violenza post caduta di regime), e possiamo quindi mettere in contesto quanto, di alto interesse, vediamo nel suo teatro.[ottobre]
