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Tele Remake - Homeland

Pubblicato il 7 marzo 2012 da Nicola Lazzerotti


Tele Remake - Homeland

Il marine Nicholas Brody (Damian Lewis) viene salvato da una squadra di recupero militare in Afghanistan dopo otto anni di prigionia. Creduto morto, ritorna alla sua vita e dalla famiglia come un eroe di guerra. Contemporaneamente l’operativo della CIA Carrie Mathison (Claire Danes) riconosce proprio in Brody il soldato americano plagiato dai terroristi che tempo prima un suo informatore le aveva indicato come una minaccia reale e attendibile per la sicurezza degli Stati Uniti. Così, disobbedendo agli ordini dei superiori, l’agente Mathison mette sotto indagine e comincia a spiare Brody.

Remake di una serie israeliana (Hatufim), Homeland si inserisce tra quei prodotti televisivi che potremmo definire sommariamente “sofisticati”, che affrontano dunque il tema rappresentato con uno spirito più devoto verso la qualità, piuttosto che votato a una semplicistica spettacolarizzazione. E allora la caratterizzazione dei personaggi, la messa in scena, le vicende narrate, la recitazione sono tutte finalizzate a rendere uno spaccato realistico e allo stesso tempo analitico degli elementi trattati, tralasciando volutamente quindi punti fermi tipici del genere, come l’azione o un ritmo narrativo più vorticoso. Questa “nuova tradizione” è ormai consolidata nelle realtà televisive più piccole, come quelle via cavo, ed è quindi da inquadrare in una nicchia di prodotti che a questo punto abbondano nel mercato seriale americano. Ma a fare la differenza, sostanziale e determinante, in questo caso è un certo scarto messo in atto da un approccio di natura psicologica alla rappresentazione, modalità che va ben oltre il semplice approfondimento dei personaggi.
Nella storia televisiva e cinematografica del genere in America, infatti, fino ad oggi si è sempre messo in scena il conflitto di un uomo contro lo stato centrale. In X-Files, per esempio, ciò è molto evidente. Fox Mulder rappresenta un individuo solo, una specie di Don Quixote che si scaglia contro un governo oppressivo, spinto unicamente dal desiderio di libertà e di giustizia. Incarnando perfettamente quello spirito americano di eroe solitario, in cui i principi privati (nello specifico la ricerca della verità sulla scomparsa della sorella) lo portano al confronto con un ingerente e oscuro Stato che macchina contro le libertà individuali dei cittadini. Allora metaforicamente, e anche un po’ arditamente, possiamo intendere Fox Mulder come il figlio che spodesta il trono paterno, in un neanche troppo mascherato complesso edipico, come affermazione individuale e per la conquista di una madre, rappresentante appunto quei valori centrali che sono poi i principi primi della costituzione e della cultura americane.
In Homeland tutto questo è ribaltato. Brody rappresenta il ritorno del figliol prodigo in una accezione più articolata e profonda. Egli infatti rappresenta il senso di colpa di uno Stato che ha abbandonato i propri figli, mandati a morire in guerra o lasciati al loro destino. Ed è appunto con questo senso di colpa che si genera una sorta di anticorpo, simboleggiato dal personaggio di Carrie: una figura autonoma, figlia del post 11 settembre, che proprio in virtù del suo ruolo agisce in solitaria, al di fuori delle istituzioni e senza il consenso di queste. Lo Stato assume dunque un doppio ruolo: quello pubblico in cui Brody è accolto come un eroe e quello privato, o meglio oscuro, in cui Carrie compie la sua operazione, spinta - ma sarebbe più corretto asserire ’sorretta’ - dalle proprie paranoie, generate appunto da quella politica e da quello stato delle cose che è la coscienza americana del post 11 settembre.
Ovviamente tutto questo è da intendere in un’accezione sfumata del senso, e non definitiva. Ed è appunto su questo limite d’incertezza che si gioca la tensione narrativa all’interno della serie: Brody è stato certamente plagiato, ma fino a che punto?
In un certo senso la messa in scena della vita privata dei due protagonisti assolve proprio la funzione amplificatrice di questa indeterminatezza, di questo limbo tra bene e male. Il corpo ferito di Brody crea compassione; la sua incapacità sessuale, mostrata fino all’eccesso e al disturbo, crea sconforto e un senso di pena verso un individuo, un guerriero in fondo fragile, altrettanto diviso tra bene e male. Contemporaneamente Carrie è una spettatrice, ugualmente impotente: l’atto di vedere, di spiare questo “spettacolo”, le impedisce qualsiasi tipo di interrelazione e la rende bloccata nel suo ruolo, guidata dalla paranoia e dai suoi demoni privati.


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