Televisionarietà – Black Mirror

È indubbio che vi sia nella scrittura di Charlie Brooker come un’ossessione, una poetica che ritorna è che indirizzata verso l’attenzione a una visione del mondo che si incarna nell’utilizzo della metafora diretta (detta così, quasi una contraddizione in termini), per una penna che senza mezzi termini punta il dito contro LA realtà vigente ai nostri giorni.
Una metafora per narrare della realtà in presa diretta che tanto ha fatto furore negli show televisivi, i quali con una stretta presa negli ultimi anni hanno fatto colpo sul pubblico, tra ’Grandi Fratelli’, reality e ’Talent Show’ (questi ultimi invenzione assai precedente agli anni Duemila, ma che proprio nella televisione del Terzo millennio hanno trovato la loro apoteosi), spettacoli il cui unico interesse è mostrare una vita, un’esistenza nel suo farsi, disfarsi e morire, coltivata tutta all’interno di quella gabbia che è il piccolo schermo, una Corrida di mantoniana memoria e però iperbolicamente e ripetitivamente ingigantita, attraverso uno sguardo viepiù appesantito, laddove la molteplicità dei punti di vista divengono le coordinate di un circolo vizioso che racchiude un’unica visione, come se si trattasse di una serie di replay che restituiscono in loop sempre la medesima azione, da visuali sì tra loro diverse, ma incapaci di differire l’una dall’altra e, perciò, di fornire spunti nuovi di discussione.
Pensiero Unico, in poche parole.
Coercizione della mente che guarda.
Mentre, in opposizione, è l’autorialità a costituire l’unica via di fuga, sguardo di protesta che attiene all’espressività individuale contro l’espressione condivisa da una massa più ampia.
E, quando si parla di Brooker, vi è chi presenta la sua opera proprio come Televisione d’autore.
In ogni caso, dopo lo splendido Dead Set, il giornalista, critico e sceneggiatore inglese può a ragione essere considerato come la ’Big Thing’ di questi ultimi tempi, rilucente gemma della televisione britannica, punta di diamante di certe, indefesse, sperimentazioni che sempre più trovano humus fertile Oltremanica, in quella che dall’alba dei tempi è una delle patrie elette del piccolo schermo.
Una figura da Cahiers du Cinéma, quella di Brooker, una visione morale la sua che simboleggia l’autorialità televisiva. Sempre, però, operando i necessari distinguo per quanto riguarda il carattere di autorialità di un’opera audiovisiva (più o meno di stampo narrativo): se quest’ultima è pensata e realizzata per la televisione, oppure per il cinematografo. Giacché, nel primo caso, assumono un carattere di preponderante peso l’ideazione, la coerenza e l’armonia del progetto e, infine, lo script, da intendersi questo come culmine della realizzazione dell’opera; al contrario, nel caso del cinema, assume maggiore importanza la visione del regista, quale tenutario e responsabile ultimo dell’opera, in un rapporto di importanza che, rispetto allo sceneggiatore, noi personalmente reputiamo inverso rispetto a quello che si trova nel mondo televisivo. Anche se bisogna aggiungere come proprio il miglioramento delle tecniche di regia, montaggio e direzione della fotografia (componenti della forma visiva), la loro significanza all’interno del linguaggio televisivo, si siano accompagnate all’ingresso nell’età adulta anche di contenuti, tematiche e della sceneggiatura (la forma letteraria di un’opera audiovisiva narrativa), tanto che molta fiction televisiva è oramai più cinema di varia finzione cinematografica, perlomeno nel mondo anglosassone.
E però la serialità finora realizzata da Brooker è stata di stampo più ’antico’ e poco usuale oggigiorno, giacché Dead Set dura solamente due ore e mezza: breve miniserie, oppure lungo film?
Invece Black Mirror è una miniserie antologica, ove, quindi, ogni episodio porta in scena una storia e personaggi sempre diversi: un formato, questo, storicamente privilegiato per racconti di horror e di fantascienza. È del 2011 la prima stagione di Black Mirror, andata in onda su Sky Cinema nell’ottobre del 2012 e formata dagli episodi Messaggio al Primo Ministro, 15 milioni di celebrità e Ricordi pericolosi; mentre la seconda, sempre di tre episodi (Torna da me, Orso Bianco e Vota Waldo!), è stata trasmessa ancora da Sky Cinema, il 19 marzo del 2013. In entrambi i casi il filo rosso che si annida al di sotto dello specchio oscuro è la tecnologia in quanto disumanizzazione dell’umanità, la quale è persa nel gorgo di uno schermo che tutto rende deforme: la comunicazione, l’informazione, la realtà. Tipica fantascienza distopica di stampo britannico, quindi. Solo che la distopia è già oggi: è il nostro Presente.
Si pensi a Vota Waldo!, nel quale si descrive l’ascesa politica di un orsacchiotto, un personaggio di un programma televisivo per bambini, un cartone animato cui, grazie alla motion capture, dà vita un comico satirico dalla battuta feroce e troppo spesso volgare. Waldo non è reale, ma viene considerato più reale degli altri (nella fattispecie i politici inglesi), raccogliendo su di sé il voto di protesta: che Brooker sia molto informato sull’attuale situazione della politica italiana? Comunque preferiamo non citare l’angosciante finale, ma solo come il pupazzo, in quanto leader e simbolo da seguire, sia più importante della persona, umana, che si nasconde dietro di lui e gli dona voce e pensieri, dato che anche altri interpreti possono risultare altrettanto capaci, in una acuta e acuminata messa in mostra della spersonalizzazione dell’individuo.
In ogni caso ciò che conta è che l’epoca del digitale e del codice binario ’vero-falso’ vive in un dicotomico rapporto di tesi-antitesi senza una sintesi alcuna: senza una possibilità, quindi, di una reale possibilità di fuga. Di tale situazione di incomunicabilità ne fa le spese il rapporto d’amore, così come potremo vedere in Ricordi pericolosi, laddove in Torna da me la tecnologia inizialmente potrà far sembrare di poter sconfiggere la morte, restituendo però solo il simulacro di una persona; in 15 milioni di celebrità il cosiddetto sentimento più nobile verrà invece schiacciato sull’altare del Sistema nel quale viviamo oggi, imprigionati. Sistema che viene accettato dal pubblico televisivo, forse addirittura spinto ad emergere dal basso, gogna mediatica che in Orso Bianco trova una passerella lungo la quale poter sfilare. Così come l’Evento da seguire in diretta diviene l’unico scopo per l’audience in Messaggio al Primo Ministro, intrappolata in una performance di arte concettuale che utilizza i mezzi dei media per far coincidere vita e rappresentazione e mostrarne la loro, fallace, natura.
Forte è il lato satirico in Black Mirror, malinconico quando mostra la realtà vigente da un punto di vista situato in un al di qua rispetto al limite incarnato dallo specchio oscuro del nostro abisso più profondo, quello oltre il quale non si può andare, raffigurando il nulla e la fine di tutto, un finale di partita per uno dei capolavori della televisione contemporanea, il quale utilizza un certo dogmatismo concettuale ed espositivo per portare a galla il dogmatismo raggiunto dalla nostra realtà e dalla sua rappresentazione, le quali costituiscono oramai un tutt’uno inscindibile, giacché «Quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso ti guarda dentro».
