TERAPIA DI GRUPPO - TEATRO ANFITRIONE - ROMA, 24-29 APRILE 2007

Il titolo della commedia teatrale di Christopher Durang risuona lontano nella memoria dei cinefili. Robert Altman ne aveva tratto uno dei suoi film meno riusciti, snaturando il carattere di una piece difficilmente rappresentabile al di fuori del palcoscenico. Ancora poco conosciuta in Italia, l’opera di Durang viene affrontata da Francesca Draghetti, componente della celebre Premiata Ditta, che firma la regia di uno spettacolo cinico e divertente.
Una serie di vicende si incastrano fra loro sullo sfondo di una New York che ha di gran lunga superato l’orlo di una crisi di nervi: un bisessuale represso è in cerca della donna che possa fargli dimenticare i problemi causati dalla sua relazione con un uomo; gli psicanalisti che li hanno in cura sembrano essere ancora più isterici dei loro pazienti. Impossibile non percepire l’influenza del primo Almodovar e, soprattutto, dell’opera di Woody Allen, pur senza pretese intellettualistiche. Terapia di gruppo tratta in maniera leggera, seppur con una punta di amarezza, l’incomunicabilità tra uomini e donne, la disillusione, lo stato continuo di stress cui è sottoposto un qualsiasi individuo che viva in una grande metropoli. Spesso i personaggi tendono ad essere caricati eccessivamente da un’ansia incontrollabile, ma il senso di grottesco che ne esce fuori non risulta mai irritante, ma piuttosto riflette l’impellente necessità di poter ironizzare sulle tragicomiche avventure della vita.
Complessa la direzione di un lavoro prettamente newyorkese, basato su una fitta rete di dialoghi, spesso facenti uso di equivoci e non-sense, e messo in scena in piccoli ambienti, ora un ristorante, ora uno studio medico, ora un appartamento, in cui è possibile intravedere il panorama della Grande Mela, fatto di schiaccianti, quanto incombenti, grattacieli, luci e colori. La direzione di Francesca Draghetti è tesa a ricercare i tempi comici della piece e a rendere omogeneo il crescendo di tragedia ed ilarità fino all’inevitabile frattura finale. L’uso delle luci, tese ad isolare i personaggi sulla scena e delle musiche anni ’70, riverberate e spesso distorte, che a sprazzi fanno da colonna sonora ‘monca’ alle storie dei personaggi, fanno sì che risalti in maniera più efficace il senso di psicosi che pervade il testo di Durang.
Un ulteriore punto di forza di Terapia di gruppo, risiede nella scelta di un cast di buon livello, pur essendo composto da giovani attori. Abbiamo ripetuto più volte sulle nostre pagine che spesso non viene dato spazio alla nuova generazione di artisti italiani. Mancanza di fondi, scarso interesse verso spettacoli che siano un’alternativa intelligente a reality e a fiction di basso livello, penuria di idee interessanti da proporre: le motivazioni, o se vogliamo, le scuse, possono essere infinite. La presenza di spettacoli come Terapia di gruppo però, è la dimostrazione che una buona regia e un vivaio di attori interessanti possano smentire ogni affermazione arbitraria. I giovani ci sono e c’è anche chi, come Francesca Draghetti, è pronto a scommettere su di loro. E anche noi abbiamo voglia di scommettere su uno spettacolo che sicuramente ci fa uscire da teatro più nevrotici di prima ma, almeno, col sorriso sulle labbra.
In scena a Roma fino al 29 aprile, in attesa di conoscere le date di una tourné estiva che toccherà diverse città italiane.
(Beyond therapy) Regia: Francesca Draghetti; soggetto: Christopher Durang; sceneggiatura: Christopher Durang (trad. di Giovanni Lombardo Radice; aiuto regia: Ughetta D’Onorascenzo, fonico: Gabriele Sisci, luci: Fabio Rivelli, scenografia e costumi: Kasba; interpreti: Gerry Gherardi (Bruce), Federica Picone (Prudence), Giuseppe Abramo (Stuart), Alessandra Sani (Charlotte Wallace), Simone Crisari (Bob), Michele Botrugno (Andrew); produzione: Eras.
