Americana - Too Big to Fail

Curtis Hanson è uno di quei registi ritenuti da una certa critica sempre in bilico tra il concetto prosopopeico di autore e quello quasi disdicevole di “onesto artigiano” che fa bene il suo lavoro. Entrambi i giudizi sono, a nostro avviso, ingiustamente perentori, e rinchiudere in due semplicistiche realtà il suo lavoro un atteggiamento ormai fuori luogo per la dimensione e il senso attuale di un’opera. Al contrario Hanson ha dimostrato sovente di incarnare quell’immagine di regista capace di rinchiudere queste due realtà in un unicum, ed ereditare dal classicismo hollywoodiano quello stile capace di rendere uno scarto significativo rispetto agli autori contemporanei, rimanendo però fedele a un formalismo comunque tradizionale. Non ci sono scene madri o virtuosismi che ostentino una particolare cifra stilistica, ma sempre un qualcosa di molto misurato che sa rendere però i suoi lavori efficaci.
Non differisce questo Too Big to Fail, lavoro televisivo prodotto dalla HBO. Il film racconta le ragioni e l’evoluzione della crisi dei mutui americani del 2008, mettendo in luce cause e responsabilità dei protagonisti di quella vicenda, i cui effetti, ancora terribilmente attuali, ebbero effetti su scala globale.
_ Hanson evita ogni atteggiamento smaccatamente e facilmente di parte e cerca di adottare una rappresentazione distaccata degli eventi. Siamo lontani dunque dalle prese di posizione ortodosse e fedeli, e in fondo facilmente rappresentabili, da una certa spettacolarizzazione urlata di un Michael Moore, che con Cpitalism: A love story si era occupato di questo argomento.
I personaggi portati sullo schermo, tutti interpretati da grandissimi attori, aderiscono ai reali interpreti dei fatti di quei giorni, e il regista li guida senza abbandonarsi mai ad una drammaticità eccessiva. Tutti gli elementi sono esposti e spiegati nel volgere del film senza scadere nel didascalismo, mantenendo un tono attento alle circostanze e alle tematiche descritte. E anche i passaggi più capziosi e tecnici, necessari alla comprensione delle dinamiche economiche di quel periodo, sono rese accessibili al pubblico meno esperto. Allora nomi familiari come Merryll Lynch e Lehman Brothers acquistano una dimensione più concreta e reale. Come i responsabili che le hanno condotte e i loro interessi in gioco.
Intensa e corretta è allora la messa in scena di questo film in grado di rivolgersi con il rispetto dovuto proprio a quel pubblico, vittima prima e sacrificale di questa crisi, sviluppando un discorso non retorico sulla condotta degli istituti finanziari e delle istituzioni, tutte, rispetto alla drammaticità degli eventi. Senza gridare il film racconta, grazie anche alla superba interpretazione di due leoni come William Hurt e James Woods, una delle tante “verità” di questa storia, probabilmente la più interessante.
(Too Big to Fail); Regia: Curtis Hanson; sceneggiatura: Peter Gould tratta dall’omonimo libro di Andrew Ross Sorkin ; fotografia: Kramer Morgenthau; montaggio: Plummy Tucker e Barbara Tulliver; musica: Marcelo Zarvos; interpreti: James Woods (Richard Fuld), William Hurt (Henry Paulson), Paul Giamatti (Ben Bernanke); produzione: HBO films;origine:U.S.A., 2011; durata: 110’
