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Tra le immagini: Gilad Shalit

Pubblicato il 18 ottobre 2011 da Alessandro Izzi


Tra le immagini: Gilad Shalit

La liberazione di Shalit è prima di tutto la liberazione di un’immagine.
Pixelata, incerta, compressa e poi sgranata (peggio di un rosario) sul piccolo schermo di youtube, quest’immagine si è confrontata con le nostre coscienze piagate dall’indifferenza per cinque lunghi anni. Finestra di un dialogo impossibile che doveva competere con le pubblicità ben più sgargianti ed invitanti che affannavano la rete. Aggiornata di rado e, per questo, poco clickata dal mondo degli internetauti.
Fatta fotografia è stata stampata sulla stella di David azzurra in campo bianco come simbolo di un conflitto che sembra impossibile risolvere.
Volto innocente da soldato bambino (come ce ne sono tanti nella militarizzata Israele) ha incarnato il senso di colpa di madri che danno i loro figli alla guerra, che li vedono partire militari e che li sentono precari sin da quando muovono il primo passo o dicono la prima parola o mettono il primo dentino. Vi si incarnano, in questa immagine calda, stranamente, ma comprensibilmente, le due anime più vere di tutto il cinema israeliano: quello di guerra (che porta impresso spesso un anelito di pace) e quello familiare, tanto vicino al melodramma. A metà tra Beaufort di Joseph Cedar e Avanim di Rafael Nadjari con quella divisa verde dell’esercito sul corpo minuto che chiede solo di esistere.

Quest’immagine è ora chiamata a confrontarsi con un’equazione impossibile secondo la quale uno può essere uguale a mille.
Shalit, quello vero, non l’immagine che abbiamo imparato a conoscere, viene liberato in cambio di mille palestinesi. Il divario appare incolmabile, un dislivello che nessun vaso comunicante può pareggiare. Anche perché tra questi mille che ricevono la grazia e che, ugualmente, tornano a casa, c’è chi uccise, chi fu condannato ad uno, tre, cinque ergastoli.
Sul piatto della bilancia delle immagini che arrivano nel nostro occidente anestetizzato si misurano, così, un bimbo in divisa di soldato e mille anonimi, invisibili criminali di guerra. Figure accompagnate dai racconti di chi il proprio figlio l’ha perduto in uno delle migliaia di attentati che fanno la storia della Palestina. Hamas che certo assaggia una sua non piccola vittoria in termini politici, ne esce meno bene in termini di immagine internazionale. E si porta appresso mille sospetti. Uno per ogni prigioniero liberato. Ovvero che quei criminali ritornino ai loro crimini, che il cedimento d’Israele sia un tacito invito a rapire altri soldati o civili in cambio di riscatti, che tutto questo sia solo l’inizio di una fine.

Akiva Eldar ha trovato per la liberazione di Shalit, forse, la formula più calzante: “l’unico spettacolo a disposizione” in un contesto in cui le trattative di pace tra israeliani e palestinesi si sono arrestate e l’unico modo con cui Meshaal e Netanyahu possono impersonare “i ruoli principali”, mentre “i leader di Fatah non possono fare altro che assistere allo spettacolo dalla tribuna delle Nazioni Unite”.
La guerra è sempre stata anche una faccenda di immagine. La si combatte con le bandiere e con le fanfare prima ancora che con le pistole ed i moschetti. Ma questa piccola battaglia combattuta con l’immagine di Shalit si porta appresso un mare di contraddizioni di impossibile soluzione perché si riempie d’altro che non la semplice idea che il tutto nasca da parte di un governo, quello israeliano, che deve risalire la china del gradimento popolare. No! Nella liberazione di Shalit entra anche il ricordo recente della primavera araba che smuove d’un sol vento tutte le manifestazioni degli indignados. Come pure l’impressione che qualcosa stia cambiando negli scenari geopolitici con l’America di Obama non più alleata troppo fida. E come infine le recenti rivendicazioni all’ONU per un riconoscimento della Palestina come stato autonomo e sovrano.
Le immagini si sovrappongono ed un poco nascondono il senso più dolente di quell’immensa tragedia umanitaria che ha il nome di conflitto israelo-palestinese. Nella ridda da talk show che sta assumendo l’informazione giornalistica italiana (e non solo), sempre pronta ad intingere il biscotto nel latte caldo del dolore altrui, si dimentica che oltre l’immagine c’è l’uomo e che a quello si dovrebbe tendere disperatamente.


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