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Trash? No, Popolare

Pubblicato il 16 novembre 2007 da Antonio Valerio Spera


Trash? No, Popolare

Era il 1976 quando nelle sale uscì Febbre da Cavallo, commedia sul mondo dell’ippica interpretata da Gigi Proietti ed Enrico Montesano. Dietro la macchina da presa c’era Steno, all’anagrafe Stefano Vanzina. Oggi quel film è diventato un cult. Passa con regolarità sulle televisioni locali e sui canali satellitari e molte sue battute sono diventate tormentoni. La musichetta ‘cicatun-cicatun-cicatun’ impazza come suoneria sui cellulari dei più giovani.
In pochi sanno che dietro a quel film c’è la mano e la mente di Enrico Vanzina, il quale scrisse la sceneggiatura insieme allo stesso Steno, Alfredo Riannetti e Massimo Patrizi.
E’ negli anni ’70 infatti che iniziò la carriera dei fratelli Vanzina. Carlo, cinefilo incallito ed aspirante critico, ed Enrico, inizialmente indirizzato verso la carriera diplomatica, cominciarono a lavorare nel mondo del cinema proprio sui set del padre.
Il fatto di essere figli d’arte ha indubbiamente aiutato la loro carriera, ma è anche innegabile che siano riusciti da soli a farsi strada e ad ottenere un consolidato successo. E’ noto che la critica non li ha mai profondamente amati. Hanno lavorato sempre sotto l’etichetta del trash che in tanti gli hanno affibbiato, eppure quasi tutte le loro opere hanno sbancato i botteghini. Perché?
Il motivo è semplice. Il cinema dei Vanzina è un cinema popolare e spensierato, indirizzato all’intrattenimento ed al divertimento. Non hanno mai avuto un obiettivo autoriale. Da più di vent’anni, infatti, puntano al gradimento del pubblico ed in questo – seppur con due spessori notevolmente diversi – il loro lavoro assomiglia molto a quello del padre. Il problema sta nel fatto che oggi è difficile accettare che il popolare sia anche culturale.
La commedia all’italiana che tanto rimpiangiamo non era altro che uno specchio della società del tempo. I vari Monicelli, Scola, Risi, Germi erano sì Autori, ma la loro ispirazione principale risiedeva proprio nell’elemento popolare. Le loro opere erano tragicomiche e venate di amarezza e drammaticità, ma soprattutto avevano la possibilità di appoggiarsi su sceneggiature solide che riuscivano a cucire trame narrative senza allontanarsi dall’analisi e dalla critica sociale. Se questo cinema è andato gradualmente a morire non è colpa di un mancato rinnovo generazionale in ambito cinematografico, né di una perdita di smalto da parte degli autori che ne hanno fatto la fortuna. La causa va riscontrata nel repentino degrado in cui è calata la società italiana insieme al suo animo popolare. Ed il cinema vanziniano non ne è uno dei responsabili (come molti pensano), ma ne è una necessaria conseguenza.
Carlo ed Enrico Vanzina non hanno creato i vizi dell’italiano medio. Li hanno mostrati e li mostrano ancora oggi in una costante caricatura. Il loro cinema è una satira della realtà, un exploit di goliardia e di giovanilismo, un ritratto della moda, un album di hit parade. Per questo molti loro film, se rivisti a distanza di tempo, appaiono come un condensato delle tendenze e dei miti delle epoche che ritraggono. Se il loro primo grande successo, Sapore di mare (1982), era un Italian Graffiti, un film che rappresentava il mondo giovanile degli anni ’60 e che quindi si strutturava principalmente sull’elemento nostalgico, i loro film successivi si presentano come divertenti opere di intrattenimento che giocano anticipatamente con la nostalgia. In altre parole, sembra che essi covino dentro di loro la consapevolezza che un giorno potranno suscitare questo sentimento nello spettatore.
E’ per questo forse che molti loro film degli anni ’80 stanno ottenendo oggi una rivalutazione. I Vanzina ormai non vengono solo considerati ‘gli inventori del cinepanettone’ (forse anche perché ultimamente non girano più i film di Natale) ed al loro cinema si guarda in modo diverso. Molti critici hanno capito il punto di vista da cui osservare le loro pellicole.
Per godersi fino in fondo film come Vacanze di Natale, Yuppies, S.P.Q.R., bisogna estraniarsi da qualunque schema critico e restare esclusivamente pubblico. Non è un caso che i critici che oggi stanno rivalutando il cinema di Carlo ed Enrico Vanzina parlano dei loro film in prima persona e non in modo impersonale - come invece fanno per la maggior parte delle pellicole. “Non voglio nascondere che mi sono divertito”, “a dispetto di ciò che molti pensano, a me i Vanzina piacciono”: queste sono solo alcuni esempi di espressioni che si leggono in alcuni articoli di giornale scritti da chi apprezza questo tipo di cinema. Sembra che divertirsi con i film dei Vanzina sia un delitto, un peccato da confessare. In molti ammettono con timidezza e con paura che hanno riso alle battute di Calà, di Boldi, di Guido Nicheli, di Abatantuono, di De Sica come se non fosse un’azione degna di un buon critico. Ecco dunque perché in molti usano la prima persona. Perché serve a staccarsi dal proprio lavoro di critico (o di intellettuale) e a lasciare spazio a quell’anima goliardica insita in tutti noi. Quella che i fratelli Vanzina sono bravissimi a stimolare.


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