TRE PEZZI FACILI (ballate sul collasso del mondo)

ROMA, TEATRO FURIO CAMILLO- Minimale mise en espace di un testo che del minimalismo fa uno dei suoi punti di forza, Tre pezzi facili è di scena al Teatro Furio Camillo, dopo aver girato l’Italia, grazie all’Accademia degli Artefatti, con le sue tipiche, brillanti provocazioni. Martin Crimp con i suoi pezzi facili, dimostra di essere sempre un autore tutt’altro che "facile", quasi pericoloso con le sue parole formalmente pure e oscure, con le sue conversazioni in bilico tra senso e non senso, figlie di Ionesco e Beckett. E’ un silenzio opprimente a contrassegnare l’azione- non azione- di tre personaggi (ma forse non sono neanche questo) che come persi nel vuoto si interrogano e interrogano. E’ un silenzio fastidioso, volutamente fastidioso: un silenzio che scruta la sala, indaga e interroga, provoca e turba. Nel silenzio due occhi che guardano e un sorriso sornione. Si avverte disagio, quasi un colpo allo stomaco. Pochi oggetti intorno alle tre figure: il teatro è spogliato di ogni orpello, le luci in bella mostra, neon accesi, un giradischi. E’ in questo ambiguo deserto che l’assurdo della vita e dei rapporti umani prende spazio, si anima e si fa palese portatore di senso: di un senso nascosto, intangibile e indicibile in fondo alle cose. Così si apre il primo pezzo facile “Meno emergenze” , con argute considerazioni sulla vita, la morale, la modernità alla soglia del collasso.
Il tessuto narrativo è saltato, a tratti c’è poi scompare, si perde. In teatro non è semplice, non è affatto semplice ma non per questo impossibile, rappresentare storie in cui i personaggi, che in fondo qui neanche esistono, non muovano un’azione, in cui nessuna immedesimazione è possibile, "storie" , se così si possono chiamare, giocate sul baratro del nulla, e che nulla possono significare se non quello che noi stessi vi mettiamo; storie che possono aprire la porta di un mondo o rimanere un oscuro enigma sulla vita. E’ difficile ma forse solo a teatro a volte è possibile. E’ una sfida quella dell’Accademia degli Artefatti, ma è una sfida vinta con successo testimoniato dall’assegnazione allo spettacolo del Premio Ubu 2005 per la miglior proposta di un nuovo testo straniero. Eppure le perplessità rimangono, per un attimo uno solo, ci si chiede in fondo cosa sia successo, cosa si sia andati a vedere, a quale evento si abbia preso parte. Perché usciti dal teatro quasi si fatica a definire la materia di quelle ore di performance. Poi tutti i dubbi si fanno da parte e si sorride, forse un po’ malinconici, ma pur sempre si sorride. Ironici, come lo stesso Crimp, si sorride dell’uomo medio, di noi stessi e della nostra mediocrità. E’ anch’essa è una sfida.
La sfida è vinta dagli attori e dalla loro capacità di destare curiosità e attenzione, di farsi seguire lungo sentieri oscuri. E di farti ridere, non sai neanche tu perché. Con il loro corpo, che mima e scherza, creano il ritmo che risolleva dal silenzio e ti ricarica. Forse alcuni spettatori si alzeranno dalle loro poltrone, a spettacolo finito, senza aver capito molto eppur soddisfatti e al tempo stesso turbati. Chissà perché ma spesso in teatro una verità nascosta comunica più di una palesata, svelata, urlata. Forse in quest’interrogazione infinita tra i tre personaggi, che pare un gioco, un passatempo e richiama il modo di vivere dei bambini che immaginano e scrutano e chiedono "perché" continuamente, lo spettatore si insinua curioso, perché anche lui interroga e anche lui è interrogato e cerca di sciogliere nodi indistricabili. Non ce la farà, probabilmente. La logica non aiuta nella comprensione di questo spettacolo: è un teatro assurdo il cui messaggio non si lascia comprendere fino in fondo con la ragione, ma si percepisce, forte, attraverso le voci e i muti silenzi, i contrasti interni tra gli attori, tra le assurde convenzioni della vita messe alla berlina con ironia e cinismo, in una quest di significati che alla vita mancano o che forse nella vita non sappiamo più trovare.
Three easy pieces di Martin Crimp (traduzione di Pieraldo Girotto) Regia: Fabrizio Arcuri; attori: Matteo Angius, Fabrizio Croci, Pieraldo Girotto; scenografia: Rita Bucchi; costumi: Rita Bucchi
