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“Un attimo sospesi”: breve viaggio nel cinema di Peter Marcias

Pubblicato il 10 dicembre 2008 da Edoardo Zaccagnini


“Un attimo sospesi”: breve viaggio nel cinema di Peter Marcias

Peter Marcias è un giovane regista sardo, laddove l’aggettivo giovane va letto senza virgolette. Prima di analizzare il suo ultimo lavoro, ovvero il suo primo lungometraggio, è necessario raccontare l’ottimo lavoro che l’autore ha sin qui svolto. Partiamo da alcuni suoi preziosi cortometraggi, perché lì dentro è possibile riscontrare la seconda parte della consuetudine cinematografica sarda contemporanea: per niente arcaica, banditesca e tradizionale. Al contrario urbana, socialmente instabile, multietnica e problematica, simile, in anni di ormai società liquida, ad altri posti del mondo, sempre piuttosto meridionali. Nel cortometraggio Il canto delle cicale (2003) e in Sono Alice (2005), per esempio, si parla di lavoro: Il canto delle cicale inizia all’insegna della tradizione, con una processione e con il rito religioso della messa. Subito dopo, però, irrompe il tema del lavoro e lo fa mostrando il suo lato più atroce e doloroso: quello dei gravi infortuni che possono colpire gli operai. Un uomo, non certo giovanissimo, ha quasi perso l’uso delle gambe e la sua tristezza diventa la preoccupazione di tutta la sua famiglia. Le facce dei personaggi dei corti di Marcias sono quelle che incontriamo per strada, con le rughe e le espressioni marcate, anonime della gente comune. Questo fa dei suoi film brevi qualcosa di autentico ed efficace, perfettamente adatto al tema del lavoro operaio (in senso ampio). Seguiamo il silenzio del protagonista e il suo pianto nascosto. Il canto delle cicale è un corto sugli operai, sugli sfruttati che hanno le gambe rotte perché “non hanno rispettato le regole della sicurezza”, come spiega il consulente legale dopo aver letto la documentazione della vittima: “quindi non ci sono i presupposti per chiedere il risarcimento del danno”. Non resta che il silenzio, alla fine del film, per quest’uomo ferito nel corpo e nell’anima, quando anche la macchina da presa lascia solo il protagonista con tutto il suo dolore, e se ne va a guardare il paesaggio e il cielo, ad ascoltare insieme a lui il canto delle cicale.. Il tema del lavoro è assolutamente centrale anche nel successivo Sono Alice, perché se è vero che la protagonista del film è una bambina, è altrettanto vero che il suo gesto ingenuo e pieno di dolcezza (vendere le bandiere allo stadio per portare a casa qualche soldo) nasce come reazione alla disperazione del genitore disoccupato. “Lavoro per me non ce ne era neanche oggi! Bisogna che qualcuno porti i soldi a casa, altrimenti finiamo nella merda”. Sono le parole di un altro padre di famiglia e se nel primo film si parla di infortuni, qui si affronta il tema della disoccupazione e l’aderenza al presente si materializza attraverso le parole che l’impiegato dell’agenzia rivolge all’uomo rimasto senza lavoro: “A meno che lei non sia disposto a spostarsi al nord non abbiamo disponibilità di lavoro attualmente. Le richieste di lavoro vengono soprattutto dai call center, per i giovani”. E’ una Sardegna di oggi, quella di Marcias, simile a quella di industriale di Pau e a quella quasi metropolitana e multietnica di Pitzianti. Ma è anche una Sardegna del sud, in cui l’unico impiego possibile e “amaro” (in senso verghiano) è quello del mare, per una pesca magra e addirittura drammatica per il protagonista di Sono Alice: durante un’uscita in mare ci sarà una tempesta e i carabinieri spigheranno alla famiglia del pescatore che tutte le ricerche sono state vane, sinora, ma che i gendarmi continueranno a fare il possibile. Il finale è per Alice, che dagli scogli guarda il mare: dolorosa poesia, momenti di buon cinema. Lo stesso che viene espresso ne Il canto delle cicale, il corto di un autore sensibile e intelligente, capace di muovere la macchina da presa e di gestire con senno tutto ciò che le si muove davanti. E lo stesso, a conferma di un’autorialità eclettica e fresca, avviene con Olivia (2004), un altro piccolo film che è un musical, e questa è già una notizia. Un musical sull’amore tra Olivia e Alberto, ancora sullo sfondo di una Cagliari senza pastori, senza greggi e senza banditi. Alberto è un ragazzo down e sta colorando un disegno durante le ore della sua giornata scolastica. Quando la mano gli finisce sopra un viso di ragazza, allora la sua mente parte verso il sogno dell’amore per Olivia. Ed ecco un angelo sceso dal cielo ad introdurci questa storia magica e leggera come le piume delle sue ali bianche. Lo ha immaginato Alberto, e gli ha affidato una canzone d’amore (in inglese) da cantare su quel terrazzo pubblico che domina tutta la città di Cagliari. E’ l’ora del tramonto e Alberto è lì che sospira di fragile e giovane passione, a pochi passi dalla sua bella principessa. Poi s’immagina di scriverle una lettera in cui la sua dolcezza si mescola alla simpatia del fratellino più piccolo che lo aiuta a schiarirsi le idee. Alberto vola ancora con la fantasia: ora Olivia legge le sue parole piene di errori di ortografia e ne rimane piacevolmente colpita. Ed è tanto facile il viaggio del ragazzo, che egli sogna di ritrovarsi col suo amore sul terrazzo pubblico e danzare. Lei, fantasticamente, le canta tutto il suo amore. L’angelo ricompare con una altra canzone ad avvertire che l’amore non è una strada facile da percorrere ma bisogna usare impegno e cuore. (Attenzione, la tenerezza e l’energia di questo racconto magico non scadono mai nel patetismo). Il sogno finisce ed Alberto è uscito da scuola accompagnato dal fratello piccolino. Quando passano davanti a un negozio di ottica, per le vie del centro storico di Cagliari, Alberto supera la vetrina e, affacciandosi all’interno, saluta la ragazza che è seduta dietro al bancone. Lei ricambia educatamente e con piacere. Il fratello di Alberto ha intuito qualcosa e chiede: “La saluti tutti i giorni quella li! Mi sa che ti piace…” Alberto non smentisce. La macchina da presa torna nel negozio e scopre che Olivia è costretta su una sedia a rotelle… Ecco il sociale che entra nell’intimo, anche in Oliva domina una fantasia registica, e si incontra con le cose meno belle della vita, che sono inevitabili e presenti, e vanno combattute con la forza della vita. Con la musica, il sogno, la fantasia, l’amore. Sono tre corti da promuovere, quelli del regista cagliaritano, che fanno venir voglia di vedere il primo lungo di un film maker comunicativo, giovane e sensibile per davvero. Su questa strada Marcias arriva al suo quasi primo lungometraggio, e sceglie la forma ibrida del docu-finzione. Torna il cinema e torna il presente, e con questo i suoi problemi. Il medio metraggio che precede l’esordio, di cui tra poco, finalmente, parleremo, si intitola Ma la Spagna non era cattolica? (2007) e racconta le vicende di un paese, L’Italia, alle prese con la lontananza dalla matura gestione di un argomento come quello dell’omosessualità. Il regista mescola interviste paradigmatiche e attraenti ad un linguaggio narrativo fresco e pulito. Colpisce l’uso del colore ed è degnissimo il modo in cui la finzione si inserisce nella realtà quotidiana raccolta dalla parte documentaria. Ancora una volta a segno Marcias, il regista sardo che ora attende solo l’ingresso nel pianeta lungometraggio di finzione. Esordio che avviene in questi giorni, con il film dal titolo Un attimo sospesi. La pellicola è proiettata al Politecnico Fandango di Roma ed ha già ottenuto qualche riconoscimento in giro per il mondo. Di che si tratta? Di un film ambizioso, più nei contenuti che nei mezzi, tanto è avvertibile un minimalismo produttivo all’interno del progetto. Marcias, che già nel mediometraggio aveva imbarcato sul traghetto la sua voglia di mondo, Europa, sceglie di girare a Roma cinque storie private, intime, sociali ed esistenziali. Le tiene unite su una superficie atmosferica singolare, originale ed autoriale: tra un privato e l’altro, tra la prima e la quinta solitudine si incollano un attentato terribile e la minaccia di una guerra atroce. C’è una specie di apocalisse incombente, una sorta di rivoluzione che permea e appesantisce le strane vite che popolano la pellicola. Non ci è dato sapere di cosa si tratti, ma la eco che frastorna sintetizza la nostra angoscia contemporanea. E’ insomma un film che cerca di raccontare il presente rifiutando la didascalia e cercando di rifarsi a modelli poco in voga nel cinema italiano. L’idea è nobile, il progetto interessante ma il risultato espressivo dà l’impressione di essersi fermato qualche istante prima del disegno mentale sviluppato nella testa di un autore che dà subito ha rifiutato il compitino e la furba discesa in campo. La pellicola, a cui prendono parte attori del calibro di Paolo Bonacelli, Nino Frassica e Fiorenza tessari, è persino visionaria in certi tratti e i comportamenti dei suoi stravaganti personaggi si avvicinano a un realismo magico più europeo che all’italiana. Quel realismo, però, ben presente nei corti di Marcias, fatica a farsi spazio dentro un lungo personale che pur zoppicando vistosamente mantiene viva una preziosa nobiltà d’animo. La leggerezza delle nuove creature marciasiane incappa nella trappola dell’esile e le sensazioni si antepongono alle riflessioni. Il segno del pittore non completa il contorno della figura, e il sordo insopportabile che domina l’esterno, pur interessantissimo, non si amalgama con gli occhi e le reazioni dei protagonisti in maniera vincolante. Restano le idee, i progetti, il desiderio espressivo e la capacità di una regia antitelevisiva che scrive una storia di inquadrature e montaggio più da cinema che da tv. A presto Peter, con nuove storie da mostrarci. Strane, per dirla alla Baldoni intime, sociali o comuni che siano.


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