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Un ricordo di Simone Carella

Pubblicato il 3 ottobre 2016 da Fabiana Sargentini


Un ricordo di Simone Carella

Induce un dispiacere profondo e inaspettato scoprire della morte di Simone Carella. Adesso pensare la città senza questo ometto indistruttibile, pelato, con le giacche sgargianti, sul viso sempre un sorriso che lasciava intravedere gli spazi dei denti che non c’erano più, mi strugge. Sembrava davvero qualcuno che avrebbe resistito a tutto: al tempo, alla vecchiaia, alla vita che scorreva intorno e che lui non si stancava di inseguire, di attraversare, di scoprire nelle mille facce delle espressioni artistiche più varie: teatro, musica, poesia, arti figurative. Ho guardato su Internet: la sua data di nascita corrisponde al 1946, avrebbe compiuto settant’anni il 27 novembre. Settant’anni di guai, di rottura, di porte chiuse e aperte a forza. Di follie, progetti, voli pindarici realizzati e non. Il contatto dalla prima giovinezza con l’arte mentre si faceva: si metteva a disposizione, poi all’opera, solerte operaio di ogni manifestazione d’arte.
Quel luogo, quella cantina, il Beat 72, era casa per me. Una casa dai meandri spaventosi, fitta di incontri non sempre adatti a una bambina: dal buio potevano spuntare fuori dei mostri o delle creature fantastiche, non sapevi mai. E Simone era lì a preservare la magia di quel luogo: nella sua stanzetta-soppalco-loculo affacciata sulla via teneva sotto controllo tutta la situazione.
Una volta su quel palcoscenico mi feci la pipì addosso dalla paura: durante lo spettacolo, tra il pubblico in platea, un Leo de Berardinis ubriachissimo suonava un sassofono, mentre io ero in scena e dovevo fare delle cose che quasi non ricordavo più per colpa di questo signore col codino bianco, un giubbotto di pelle, gli stivali e un equilibrio instabile. Un’altra volta, in un camerino, ritrovai il mio giornaletto per adolescenti che avevo perso ma, tra quelle pagine, c’era anche una siringa pronta all’uso (non lessi mai quel numero di Dolly). Tutto quello che accadeva al Beat mescolava sacro e profano, alto e basso, raffinato e volgare, ma io c’ero abituata: tutto era arte, a volte anche cose che potevano sembrare spazzatura. Erano gli anni Settanta (la fine), gli Ottanta. Ricordo Renato Nicolini, dal sorriso contagioso, insieme a Simone, il gatto e la volpe, in giro per i vicoli di Campo dei Fiori, dietro via del Paradiso (sede dell’Attico, la galleria di mio padre Fabio). Erano gli amici dei miei, Simone ci offriva il suo scantinato-teatrino per i primi spettacoli sperimentali allestiti da mio padre in pausa dalla sua attività di gallerista (ai primi cinque presi parte come attrice non parlante, dai dieci ai tredici anni), era vicino a dove abitavamo e la sera, dopo la replica, supplicavo mia madre di essere riaccompagnata a casa per non perdere nemmeno un giorno di scuola. Alle volte ero impressionata dalle facce patibolari, dai ciondolamenti sfasati, dai sorrisi fissi nel vuoto di alcuni dei frequentatori del Beat (e ovviamente anche dell’Attico), ma era tutto mescolato, i teatranti e i fruitori, tutti nella stessa barca, alcuni alimentati dalla droga o dall’alcol, da abusi dolorosi oppure produttivi, altri meno distruttivi, folgorati e folgoranti, ci sono passati tutti: Carmelo Bene, Memè Perlini, Leo e Perla, la Gaia Scienza (Barberio Corsetti, Solari, Vanzi), Mario Martone in trasferta da Napoli. Reduci resistenti irriducibili utopisti uno dopo l’altro coloro che lo hanno frequentato conosciuto amato sono venuti alla cerimonia laica negli spazi esterni del teatro India per ricordarlo. La figlia Elettra (di cui non conoscevo l’esistenza) racconta i suoi ultimi scambi verbali in ospedale: "Simone, ora che facciamo?"; "La rivoluzione"; "E da dove cominciamo?"; "Dalla fine". Per me resta l’uomo ritratto accanto a un signore più âgé, con gli occhialini tondi da intellettuale, la pelata e i ricciolini di lato, immortalati nella stessa posa, ambedue con la mano destra posata sulle labbra, due dita aperte, in uno scatto in bianco e nero durante il Festival dei poeti di Castelporziano del 1979 che, alcuni anni dopo, mi ha suscitato il seguente commento: "Chi è quel tipo accanto a Simone Carella?". "Fabiana, è Allen Ginsberg". E ho detto tutto.


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