24 Wochen (Concorso)

Dopo anni in cui i sovrarappresentati film tedeschi in concorso avevano per lo più deluso, quest’anno Dieter Kosslick ne ha invece selezionato uno solo e quest’unico non ha deluso affatto. È un film girato bene, scritto bene, recitato bene che, quanto a esplosività del tema, almeno fra quelli visti finora in concorso, è secondo soltanto a Fuocoammare. Ma andiamo per ordine. La regista, Anna Zohra Berrached, è originaria della DDR e ha 34 anni, questo è il suo secondo film, già con il primo Zwei Mütter (Due madri), incentrato sul desiderio di adozione di una coppia lesbica, presentato a Berlino nella rassegna nazionale dei nuovi talenti intitolata “Perspektive deutsches Kino” nel 2013, aveva ottenuto un’attenzione tale da giungere ampiamente a varcare i confini nazionali. Questo secondo film la regista lo ha scritto insieme al giovane sceneggiatore Carl Gerber, autore di sicuro talento; l’ottima fotografia è affidata al giovane Friede Clausz, il montaggio al giovane Denys Darahan. Una crew decisamente giovane che a vederla in conferenza stampa faceva quasi tenerezza. Quanto agli interpreti: la protagonista è la notevolissima Julia Jentsch che, se non avesse già l’Orso d’Argento nel 2005 come interprete di Sophie Scholl nel film omonimo, diventerebbe la candidata, fin qui, per distacco a questo premio; il protagonista maschile è un attore (anche televisivo), molto noto in Germania come interprete di ruoli comici, che risponde al nome di Bjarne Mädel, sconosciuto in Italia. Ma veniamo al tema: Astrid e Markus convivono e hanno una bambina, lei fa la stand up comedian, è partita molto dal basso (si cita a un certo punto il cabaret Pfeffermühle, che è un noto locale di Lipsia), adesso ha raggiunto il successo, riempie i teatri con i suoi show che non disdegnano anche una certa popolare grevità, con una pesante inflessione berlinese, lui le fa da manager. Astrid resta incinta e il film praticamente si apre con il referto di quella che immaginiamo essere l’amniocentesi: il nascituro è un maschio, ma è affetto da sindrome down. Astrid e Markus riflettono, non troppo, si informano che in siffatti casi la legge tedesca prevede la possibilità di abortire fino alla settimana numero 24, di qui il titolo. Si informano, ma la decisione è presa quasi subito, senza tentennamenti: terranno il bambino. Con la massima nonchalance lo comunicano alla – assai illuminata – madre di lei, lo comunicano serenamente agli amici riuniti a un brunch in campagna, Astrid, personaggio pubblico, la comunica persino ai media durante un’intervista radiofonica. Ma la questione, purtroppo, non si chiude qua: durante un’ulteriore ecografia i futuri genitori apprendono che il feto ha anche una significativa malformazione cardiaca e dovrà essere sottoposto, praticamente appena nato, a una operazione a cuore aperto. In un primo momento i due sembrano disposti ad accollarsi anche questa prova, pur nella consapevolezza che sarà una prova difficilissima da sostenere e pur sapendo dagli specialisti che l’operazione potrebbe anche non avere esito positivo, che alla fine deciderà il destino, e che, nella migliore delle ipotesi, il bambino dovrà fare i conti per tutta la vita con questa malformazione. Dopodiché inizia lo straziante tormento di questo piccolo, piccolissimo nucleo di persone su cui è concentrata la vicenda, il cui esito non racconteremo, nella speranza che il film possa arrivare fino in Italia. Non c’è una frase fuori posto nella sceneggiatura, che mescola sapientemente scrittura e improvvisazione da parte dei bravissimi attori. È molto convincente anche la mistura di finzione e documentario; tutta la parte medica, clinica è affidata a operatori del settore che la regista ha rintracciato con pazienza certosina, si trattava di trovare non solo professionisti del settore ma anche individui disposti a mettersi dinanzi alla macchina da presa. E anche la vicenda di fondo – il dilemma lacerante della coppia, soprattutto della donna – è basata su alcuni incontri, pure quelli assai difficoltosi, che la regista ha avuto con persone disposte a raccontare la loro vicenda lasciando che l’intervistatrice registrasse quelle conversazioni. Ma una conversazione con testimoni autentici non è una sceneggiatura; ed è proprio questa una delle doti principali del film: aver trasformato il documento in un film, con qualche lentezza e qualche sequenza ripetitiva soprattutto nella prima parte. Tale trasformazione è ovviamente dovuta anche alle doti cinematografiche della regista e dell’operatore che fa un uso particolarmente espressivo del fuoco (non si vede quasi nulla di ciò che la coppia ha intorno a sé, a parte, forse, la figlioletta, costretta inconsapevolmente ad attraversare il calvario dei genitori), l’uso di immagini, anch’esse sfuocate, tratte da ecografie, anch’esso materiale, a suo modo, di tipo documentario e molti primi piani di Julia Jentsch che per ben tre volte guarda espressivamente in macchina a coinvolgere, a interrogare lo spettatore di fronte a un dramma di tale portata.
(24 Wochen); Regia: Anne Zohra Berrached; sceneggiatura: Anne Zohra Berrached, Carl Gerber; fotografia: Friede Clausz; montaggio: Denys Darahan; scenografia: Janina Schimmelbauer, Fabian Rebe; costumi: Bettina Werner, Melina Scappatura; musica: Jasmin Reuter; interpreti: Julia Jentsch, Bjarne Mädel, Emilia Pieske, Johanna Gastorf, Maria Dragus, Karina Plachetka; produzione: Zero One Film GmbH, Zweites Deutsches Fernsehen (ZDF), Filmakademie Baden-Württemberg; origine: Germania, 2016
