29 Palms

Sarebbe facile liquidare l’ultimo lavoro di Dumont come un arido esercizio di stile, come una ricognizione gratuita e, comunque, non necessaria sul mondo del sesso e della violenza contemporanei visti con sguardo freddo da entomologo. A ben vedere, però, per quanto le argomentazioni a favore di una tesi del genere siano, tutto sommato, alla portata di tutti, c’è qualcosa che riesce a sfuggire alla stroncatura immediata, qualcosa che ci impedisce di stendere un lapidario velo sulle immagini di questo film sicuramente imperfetto, ma la cui portata drammatica resta decisamente inaudita. Twentynine palms è il nome di un paesino misconosciuto posto sul limitare del Joshua Tree desert. Piccolo avamposto della civiltà umana, la cittadina (non certo ridente) sembra volersi consapevolmente porre come estremo baluardo della civiltà a fronte di una natura incontaminata e selvaggia come quella dell’immenso non luogo che la circonda. In questo luogo metaforico (il deserto come negazione dello spazio, come luogo di un ritorno agli istinti primordiali e più animali dell’uomo) si consuma tutta la vicenda/non vicenda (almeno all’inizio la macchina da presa segue le loro disavventure rifiutandosi di raccontare più del necessario) di una coppia di giovani. Lui è un fotoreporter americano che, a bordo di una 4x4, è alla ricerca del luogo ideale per un servizio fotografico, lei è una giovane francese, sua amante, che lo segue con indolenza. Il rapporto che lega i due è una sorta di legaccio fatto di amore e odio che li tiene avvinti anche e soprattutto nel momento in cui la conflittualità latente, ma mai del tutto sopita, che lo sostanzia è tale da spingerli ad una prematura separazione. I giovani sono in perenne movimento, entrano ed escono quotidianamente dall’ambiente desertico, vivono torride giornate tra sassi e sabbia che sono prima di tutto un luogo della mente, per poi fare ritorno, a notte, in una borghese quanto anonima villetta. Si amano, si rincorrono, si picchiano, si odiano secondo un ciclo capriccioso e folle in cui le differenze linguistiche diventano alla fine veicolo perfetto per una sostanziale incomprensione di fondo (nei momenti di grande drammaticità i due non riescono letteralmente a capirsi malgrado parlino perfettamente l’uno la lingua dell’altra). Il movimento fisico dei personaggi corrisponde ad un movimento interiore dalla razionalità all’istantualità e dall’istintualità alla razionalità avverando, ben presto, una sorta di nevrosi atroce e, al fondo, insopportabile. Fin dall’inizio, comunque, sembra che l’unico linguaggio comune sia quello del corpo, del sesso che viene costantemente consumato in tutti i luoghi possibili e secondo modi e tipologie sempre più animalesche e ferine. Nel sesso tutta la conflittualità latente all’interno della coppia si esplica nella sua forma più drammatica ed evidente e il susseguirsi calcolato di scene erotiche ed esplorazioni del deserto crea un accumulo psicologico, per lo spettatore, alle soglie della sostenibilità fisica. Per lunga parte della pellicola, infatti, sembra non esserci altro che il sesso a riempire gli spazi di una narrazione fin troppo povera (e noiosa), ma in realtà questa lunga parte iniziale non ha altro scopo che quello di creare una tensione drammatica capace di sboccare nello shockante ed inaspettato (per quanto prevedibile) finale. Metafora visiva di questa tensione verso il finale è un’inquadratura in campo lunghissimo che il regista riutilizza diverse volte nella estenuante prima parte: uno scorcio paesistico spesso bellissimo che viene lentamente “penetrato” dalla coppia di protagonisti (sia a bordo della loro vettura, che più tardi, a piedi) quasi a voler rendere il senso di una minaccia segreta che fin troppo lentamente si avvicina. La tensione accumulata per le quasi due ore di proiezione esplode solo nel momento in cui, dopo essere stato stuprato da un gruppo di balordi, l’uomo senza alcun motivo apparente, trasformatosi in un mostro anche per via delle tumefazione del volto, dopo essersi rapato i capelli alla marine come aveva promesso in una sequenza apparentemente minore, uccide la ragazza e si suicida nel deserto. Non è difficile leggere tra le pieghe di questa sequenza shock una critica acuta alla politica estera statuintense del dopo 11 settembre quasi a voler dire che l’azione militare americana è ingiustificata ed irrazionale come questo delitto atroce. Resta comunque il fatto che questa scena finale ha la forza catartica di un evento cataclismico e ha la forza di costringere lo spettatore a rileggere a ritroso tutta la pellicola donandole un senso altrimenti sfuggente. Quella che fino a cinque minuti dalla fine era sembrata solo una lunga e noiosa esercitazione di stile da parte di un autore che si era lasciato prendere un po’ troppo la mano, si trasforma, improvvisamente, in una riflessione tutta istintuale, di stomaco sull’animalità dell’uomo. Perchè, pare suggerirci l’autore con Golwiniana lucidità, la bestia, il male, si annidano dentro ciascuno di noi e basta un non nulla per scatenare la sua furia devastante.
(Twentynine Palms); Regia: Bruno Dumont; sceneggiatura: Bruno Dumont; fotografia: Georges Lechaptois; montaggio: Dominique Petrot; produzione: Rachid Bouchareb, Jean Bréhat per 3B Productions, The 7th Floor; interpreti: Katia Golubeva, David Wissak; distribuzione: Filmauro
[settembre 2003]
