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Adàs/Transmission - TFF 2009 - Concorso

Pubblicato il 20 novembre 2009 da Antonio Valerio Spera


Adàs/Transmission - TFF 2009 - Concorso

Cosa succederebbe se in un solo istante tutti gli schermi si spegnessero per sempre? Cosa accadrebbe alla nostra società schiava dell’immagine? Cosa ne sarebbe della vita di tutti noi? Queste domande sono alla base di Adàs/Transimission, opera ungherese in concorso al Torino Film Festival.
E’ un film costruito tutto sulle atmosfere quello di Roland Vranik. Il suo fascino risiede infatti nella sua concretezza tattile, nel suo clima ovattato, nel suo universo sonoro governato da silenzi cupi ed angoscianti, nella sua natura apocalittica ma al contempo realistica, dura, persino cattiva. La macchina da presa si muove in un paesaggio metropolitano indefinito, quasi vuoto, abitato da persone che vagano senza mèta, alla ricerca di una speranza andata a nascondersi dietro lo schermo nero delle televisioni e dei computer. Tanto indefinito il paesaggio in cui si muovono i personaggi, quanto indefiniti sono i personaggi stessi. Di loro non sappiamo quasi nulla e soprattutto non conosciamo il loro passato. E’ come se lo spegnimento degli schermi avesse azzerato le loro vite, le avesse resettate per un nuovo mondo, una nuova Storia. Un mondo privato di quelle che erano senza dubbio le sue materie principali (televisione ed internet) e che è destinato a ricostruirsi con e sulle vere forze e risorse dell’uomo, finalmente svincolato dall’inconcludente ipnosi del piccolo schermo.
Per questo motivo Adàs è anche altro. Si tratta infatti di un film che discute sul mezzo cinema, che vuole ridare a quest’ultimo la sua originaria e legittima dignità ingiustamente rubatagli dalla TV ed ora anche da Youtube e suoi simili. Ecco dunque una forte critica alla società contemporanea, a tratti addirittura feroce, che denuncia l’incapacità della popolazione mondiale di saper distinguere l’arte dalla spazzatura, di saper effettuare una scelta che si indirizzi verso il bene comune e che non sia schiava dei condizionamenti dei media. La terra semidesolata descritta nel film è un mondo distrutto dalla banalità del piccolo schermo, il quale ha annullato la creatività dei suoi spettatori e li ha resi non in grado di godere dei semplici piaceri quotidiani e di riuscire a costruirsi autonomamente le proprie giornate. Il male dell’uomo, ci dice l’opera, sta nel suo irrefrenabile e costante bisogno di immagini. Ma non solo: risiede proprio nell’assuefazione ad una società vuota, costruita sull’apparenza, che gli imbocca giornalmente un piatto pronto di routine e di abitudini. La morte degli schermi, dunque, se da una parte ha fermato l’esistenza del mondo, dall’altra deve necessariamente costringere tutti a riscoprirsi uomini, e cioè pensanti, creativi, inventivi. Solo così si potrà ricominciare.
L’abile Roland Vranik costruisce il racconto muovendosi parallelamente su due livelli, quello estetico e quello psicologico dei personaggi, senza lasciar prevalere l’uno sull’altro. Lo stile secco e asciutto del regista ungherese ed un perfetto lavoro sul sonoro ci coinvolgono in un universo dominato dall’angoscia, dalla paura, dall’incertezza; gradualmente i personaggi, prima molto lontani, si avvicinano sempre più allo spettatore, il quale inevitabilmente comincia ad immedesimarsi e sentirsi parte del racconto. Perché in fondo siamo tutti noi gli amanti del piccolo schermo, siamo noi che lo abbiamo creato e continuiamo a dargli vita. Come sembra suggerirci il finale del film, siamo tutti colpevoli. E chi non lo è, prima o poi, lo sarà.


CAST & CREDITS

(Adàs) Regia: Roland Vranik; sceneggiatura: Roland Vranik, Andràs Barta; fotografia: Gergely Pohàrnok; montaggio: Wanda Kis; interpreti: Kàroly Hajduk, Zoltàan Ràtòt, Sàndor Terhes, Katalin Wèber; produzione: Filmpartners; origine: Ungheria; durata: 95‘.


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