Afterschool

Opera prima di un ventisettenne regista newyorkese con chiare origini latine, l’atteso Afterschool di Antonio Campos approda finalmente nelle nostre sale (poche purtroppo) dopo il passaggio al Festival di Cannes del 2008 (nella sezione Un certain regard) e le incursioni più o meno felici effettuate in varie altre manifestazioni cinematografiche d’America (e non solo), in cui l’opera ha raccolto niente più che un numero limitato di nomination.
La delusione nel non aver visto assegnare a questo film premi prestigiosi durante un cammino lungo circa due anni, non può però influire oggi sul consenso e gli attestati di stima che devono, a nostro avviso, essere attribuiti comunque ad una operazione artistica importante. Di quelle ben definite e strutturate, che rivelano sotto l’evidente superficie esterna una essenza di cinema unica e primordiale. Il merito di tale spessore è da attribuire ovviamente ad un regista giovanissimo capace, già con questo suo primo vero sforzo produttivo, di dare prova della propria consolidata maturità artistica.
Una maturità costruita non solo sulla evidente preparazione tecnico-artistica rivelata da quel suo tocco elegante ma anche su una cultura cinefila spiccata che gli consente a tutt’oggi, nonostante la sua giovane età (e l’unico film realizzato), di ritagliarsi uno spazio preciso nel panorama cinematografico d’autore. Il suo Afterschool si posiziona infatti a metà strada tra il vuoto esistenzialista dei giovani di Gus Van Sant e il nichilismo pessimista dell’umanità indagata da Michael Haneke. Due poli estremi e lontani (anche geograficamente) di un tipo di cinema egualmente non convenzionale e distaccato da cui Campos e il suo film sembrano partire per arrivare a raccontare la storia di un microcosmo scolastico difficile, spento, in cui l’avvenimento scioccante di una duplice morte per droga (due allieve gemelle della scuola) fa da sfondo ad una ricostruzione alienante della condizione giovanile odierna fatta soltanto di depressione psico-fisica e intorpidimento sentimentale. Contesti e vicende che a ben guardare sembrano proprio uscire dalla mente sofisticata degli auters precedentemente citati. E’ sufficiente infatti osservare il giovane protagonista del film di Campos per ritornare quasi automaticamente ai volti apparentemente innocenti dei ragazzi della Columbine o a quello dello skater stralunato di Paranoid Park. Tutti parenti stretti dai quali i ragazzi di Brighton (East coast) non si distaccano per niente. A dispetto di un avanzamento temporale sterile che non concede, contrariamente a quanto dovrebbe avvenire, un miglioramento della condizione esistenziale e una progressione netta rispetto all’aridità delle figure originarie. Quindi se parenti sono quelli di Campos, non possono essere altro che gemelli stretti. Creati in laboratorio, magari. Per via di una duplicazione imbarazzante che conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, come l’evoluzione si sia tramutata con il tempo in appiattimento e come il processo di crescita sia definitivamente deflagrato in una illusoria speranza rivolta ad un domani inesistente.
Per Campos, così come per Haneke, l’alienazione del genere umano si annida nello schermo di un computer, nell’occhio di una telecamera digitale, in tutti quegli home-movies della rete che si concedono allo sguardo inebetito del fruitore solo per portarlo dentro una concezione di realtà artefatta o il più delle volte filtrata. In un simulacro di realtà o nella verosimiglianza. Il giovane Trevor ama il video e l’immagine rapita tanto quanto il Benny del film di Haneke, è succube della potenza dell’immagine quanto il George Laurent di Cachè, è condizionato dalla suggestione che essa provoca alla stregua degli assassini di Elephant. Come non vedere perciò nell’assassinio commesso davanti alla telecamera in Benny’s video (ma da Haneke tenuto nel fuori campo), l’atto ispiratore che a distanza di anni – e dopo fallimenti irrimediabili del genere umano – si raddoppia inesorabilmente in Afterschool sia nelle vittime che produce (a morire ora sono due), sia nelle riprese effettuate (due occhi riprendono la scena della dipartita)? Come non fare un parallelismo tra la videodipendenza che spingeva Benny all’atto criminale e ’l’inquietante freddezza’ con cui oggi Robert si ritrova a dover soccorrere due vittime cadute per sbaglio (o per fortuna) davanti all’occhio della sua piccola telecamera. Per non parlare poi di un finale altrettanto sorprendente che nel caso fosse qui svelato, aumenterebbe a dismisura i collegamenti con un film straordinario come quello di Haneke del 1992. Così come i protagonisti si muovono sulle orme già lasciate da quegli illustri predecessori, allo stesso modo Antonio Campos dimostra di essersi lasciato influenzare, nella costruzione della propria opera, dalla lentezza narrativa del processo creativo di Van Sant e Haneke, di aver ricalcato in alcuni tratti i lenti movimenti di macchina del primo e di aver preso dal secondo la sua predisposizione alla teatralità della messa in scena, una costruzione del quadro esemplare che comprenda ovviamente anche quella fondamentale dialettica tipicamente hanekiana tra ciò che è incluso e ciò che invece viene escluso dai confini di una immagine non fine a se stessa ma intesa (in entrambi i casi) come presa di posizione attiva, cosciente e partecipativa.
Il cinema di Campos si rivela così freddo e al contempo angosciante, distaccato ma anche intenso. Esso arriva allo spettatore come un pugno nello stomaco, ma non per la violenza delle immagini (anch’essa sempre filtrata nei momenti in cui si palesa) o per la scabrosa consistenza di dialoghi spinti talvolta oltre l’udibile ma per quella sorta di agonia cerebrale che tutti i protagonisti sembrano vivere dall’inizio alla fine. Uno stato catalettico perenne che li porta non solo a non distinguere più il ’reale reale’ dal ’reale apparente’ ma anche a non riconoscere la consistenza di un sentimento vero rispetto alla mediocre aridità di tutti i giorni, a non saper distinguere più tra ciò che è giusto e ciò che è evidentemente sbagliato. E’ per questo che nella scuola di Brighton gira droga senza impedimenti, si parla di sesso spinto con la stessa facilità con cui si chiacchiera al bar, si consumano atti sessuali con un glacialità disarmante ed avvengono decessi sotto gli occhi di telecamere indiscrete. Perché tutto perde improvvisamente di valore o si riduce ad una normalità drammaticamente angosciante, drastica, desolante come lo scenario futuribile di un videogioco (vedi ancora Elephant) o agghiacciante come un dramma preannunciato (vedi Funny games). Neanche i silenzi e l’apparente sincerità del giovane Robert possono dare speranza ad un mondo destinato all’implosione, niente può placare un pessimismo endemico capace anche di penetrare nell’animo di un ragazzo esteriormente ordinario per tramutarlo in un mostro del nostro tempo. Al pari di tutti quegli automi coetanei che nel caos di un ‘doposcuola’ senza speranza si ritrovano a brancolare in un buio esistenziale raccapricciante. Il film di Campos è un gioiello che sa raccontare un tempo depresso e deprimente, un oggi senza domani, un vuoto impossibile da colmare. E’ un’opera essenziale, scarna e minimalista. Davanti alla quale si apre un baratro in cui la colpevolezza del genere umano è destinata a cadere inesorabilmente tra l’indifferenza generale.
(Afterschool); Regia: Antonio Campos; soggetto e sceneggiatura: Antonio Campos; fotografia: Jody Lee Lipes; montaggio: Antonio Campos; interpreti: Ezra Miller (Robert), Jeremy Allen White (Dave), Emory Cohen (Trevor), Michael Stuhlbarg (Sig. Burke), Addison Timlin (Amy); produzione: BorderLine Films, Hidden St. Productions; distribuzione: Bolero; origine: USA; durata: 120’.
