Aloft - Concorso

In uno dei film più interessanti visti a Berlino quest’anno (nel “Forum”), il titolo internazionale è Free Range, il regista proviene dall’Estonia e si chiama Veiko Ounpuu, il protagonista Fred è un aspirante scrittore che sta attraversando una profonda crisi esistenziale ma sbarca il lunario facendo il critico cinematografico per una rivista, di cui è direttore e proprietario il padre della sua ragazza. Un bel giorno scrive una stroncatura notevolmente offensiva di The Tree of Life e il capo è “costretto” a farlo fuori.
Vedendo Aloft viene da chiedersi come avrebbe reagito Fred. Probabilmente ci sarebbe andato giù pesante.
Pensavamo con il film di Moland di essere andati a Nord che più a Nord non si può? Sbagliavamo. La location di Aloft è nel Manitoba: neve, neve, neve, in alternativa: ghiaccio. Forse è anche questa la ragione del titolo. Parola non esattamente di uso comune, “Aloft” in inglese significa infatti due cose: significa “in alto”, a Nord, verrebbe da dire, e anche: “a riva”, forse in riferimento alla scena finale (vedi tra un attimo). Ma sotto sotto sta in agguato il Significato Metaforico, l’Altrove, l’Oltre, se non addirittura l’Aldilà. Ma veniamo al sodo (al sodo?). La storia si dipana su due piani temporali, distanziati a occhio e croce di venti/venticinque anni. Nel passato: mamma, due figli e nonno (paterno), il padre anche qui non c’è. Il figlio minore ha un male. Vi chiederete: quale? Claudia Llosa, regista, autrice del soggetto e della sceneggiatura, nonché lontana parente del più famoso Mario Vargas, non ce lo dice. Ecco che allora la famiglia al completo - mi correggo: senza il nonno, ma in compenso con un falco, animale che in quella famiglia è domestico come neanche Titti il canarino – va a far visita all’Architetto, un bonazzone che costruisce cupole/gallerie terapeutiche di rami e sterpi. Chi le attraversa ha buone possibilità di guarire, da qualunque male sia affetto. Ma nella cupola di rami e sterpi, accuratamente selezionati, non va a impigliarsi proprio il suddetto falco, finendo col proprio volo impazzito per distruggere tutto? Non tutto il male, però viene per nuocere, perché la mamma Jennifer Conolly, sempre tanto preoccupata, tanto corrucciata, tanto intensa, scopre di avere lo shining, cioè di essere dotata di poteri di guarigione. L’architetto bonazzone è pronto a giurarci. Il fratello più grande (avrà un dieci/dodici anni) che fa allora per ripicca? Ma è chiaro: prende la macchina (il nonno, con grande lungimiranza, gli aveva già insegnato i rudimenti della guida) e finisce nel lago ghiacciato, che come tutti i laghi ghiacciati, non lo è mai del tutto. Ed ecco che il fratellino ci finisce dentro, plof. La mamma è taaaaanto dispiaciuta, ma deve partire, lascia il figlio sopravvissuto col nonno (grande educatore, come abbiamo visto) e va a salvare l’umanità.
Vent’anni dopo Ivan, il figlio, ha messo su famiglia, continua a non muovere un passo senza essere accompagnato dal fido falco (un altro, perché il primo, colpevole di aver distrutto il capolavoro land art dell’architetto, era stato preso a fucilate). Viene avvicinato da Mélanie Laurent, giornalista che vuole andare col figlio a rintracciare la mamma che da allora è diventata famosissima, ha scritto libri su libri e vive in una specie di finis terrae in mezzo al ghiaccio. Apprendiamo altresì che la giornalista è, come poteva mancare, malata terminale e quindi il pellegrinaggio dalla guaritrice serve anche a lei: è l’ultima Thule, l’ultima ratio. Il figlio recalcitra, non vuole rivedere la mamma cattiva, fino all’agnizione finale che vi raccomando con tanto di statement davvero questo sì à la Malick: sulla Vera Vita, la Libertà del bambino affogato nel lago e ricongiuntosi alla Natura. E il povero Ivan si è dovuta fare tutta questa strada per sentirsi dire queste fregnacce? Ma andiamo. Ora, vedendo il film, lo spettatore qua e là è sfiorato dal dubbio che la vicenda venga raccontata per “denunciare” la deriva new age e i guasti (educativi) prodotti, tipo The Master per intenderci. Ma al più tardi ascoltando la regista in conferenza stampa occorre convincersi che, purtroppo, non è così, che il film non ha e non intende avere una tendenza, una ideologia , non vuole giudicare, tutti hanno ragione, in fondo anything goes.
Ma perché Dieter Kosslick, il direttore della Berlinale, non ha preso Free Range per il concorso invece di questo film presuntuoso? Claudia Llosa è passata dal real maravilloso de La teta asustada al delirio parafilosofico di una che è voluta andare troppo in alto, troppo aloft e alla fine è anche lei precipitata dentro il lago.
(Aloft); Regia: Claudia Llosa; sceneggiatura: Claudia Llosa; fotografia: Nicolas Bolduc; montaggio: Guillermo de la Cal; musica: Michael Brook; interpreti: Jennifer Connelly, Mélanie Laurent, Cillian Murphy, Oona Chaplin, Ian Tracey; origine: USA, Spagna, Francia, 2014
