Americana - Falling Skies

La Terra è stata invasa da una razza aliena; la popolazione, decimata dalla guerra che ne è scaturita, è divisa in piccoli gruppi che lottano per la sopravvivenza. Negli umani vengono impiantati dagli alieni organismi parassiti che ne piegano il volere; la razza umana è ridotta allo stremo.
“... Io ero fuori a giocare quando Loro arrivarono. Pensavo che volessero essere amici, ma Loro non volevano essere amici, per niente ...”.
È con questo slogan che nel poster ufficiale viene presentata la serie Falling Skies. E già nel Pay-Off di lancio vengono in sintesi espressi gli elementi centrali della storia. Prima di tutto la frattura tra due universi: quello ludico dell’infanzia anteposto a quello drammatico della realtà. Non è un caso, infatti, che la storia dell’invasione non viene mostrata direttamente ma raccontata nella prima scena, attraverso le voci fuori campo di bambini che, in una sorta di terapia di gruppo, ricordano l’atrocità, la violenza e la morte dei propri cari. Queste parole si sovrappongono alle immagini di disegni a pastelli, caratteristici del processo di crescita di ogni bambino, i quali, invece di trarre una realtà spensierata, ne mostrano per l’appunto un’altra totalmente drammatica.
Si ribalta dunque, già dal Pay-Off e dalla prima scena, quell’universo spielberghiano (Spielberg è qui produttore esecutivo e suo è il soggetto del pilot …) di candore e purezza, dove gli adolescenti segnavano il volto genuino di una nuova generazione americana, tipico di film come E.T. o all’Incontri ravvicinati del terzo tipo. “... Ma Loro non volevano essere amici ...”: la seconda parte dello slogan apre invece immediatamente all’ulteriore punto centrale, ossia la guerra. Ecco lo status in cui vive la popolazione mondiale. Relegata a piccoli gruppi sparpagliati e organizzata secondo dettami militari, nel tentativo di dare vita a una resistenza. L’idea della lotta “partigiana”, non è cosa nuova in una serie tv: già nel primo V - Visitors era emersa questa interpretazione; ma, mentre in quel caso lo sviluppo era molto attinente (V - Visitors era tra le altre cose una riflessione metaforica sul nazismo), in Falling Skies tale soluzione sembra, almeno per quanto abbiamo potuto vedere fino ad oggi, una specie di ripiego di sceneggiatura che pochi legami sembra mantenere con lo svolgimento, apparendo molto fine a se stessa. Allo stesso modo la messa in scena dell’azione, gli effetti speciali e l’ambientazione, per certi versi danno l’impressione d’essere poca cosa (analogia con altre serie di fantascienza recenti, come il remake di Visitors) rispetto alle legittime attese, relative ad una serie targata Spielberg. Per fare un confronto con Earth 2, prodotta dallo stesso cineasta nel 1994, Falling Skies risulta essere deficitario: troppa dozzinale la computer grafica, poco il realismo. L’impressione che si avverte è che l’investimento in tal senso sia stato minimo e si sia piuttosto preferito puntare su altro.
Ma è questo altro che, in fondo, ci lascia a un po’ interdetti. La scrittura sembra infatti troppo esile. Troppi i rimandi ad altre serie e nulla sembra veramente originale. Il ritorno ad una vita anti-tecnologica era già stato affrontato in Battlestar Galactica come anche il discorso della divisione/scontro tra le strutture militari e quelle civili e quella necessità di fare gruppo contro il nemico comune attraverso quell’idea, sempre verde, dell’uniti si vince, divisi si cade.
Di Spielberg rimane – e difficilmente sarebbe potuto accadere il contrario - il tratteggio dei personaggi centrali, tutti appartenenti alla middle-class: il protagonista è un professore di storia che ha preso in mano un fucile e si è trasformato in un efficiente combattente. Il profilo diventa dunque allora perfettamente conforme al modello Spielbeghiano di protagonista: un individuo ordinario calato in circostanze straordinarie, che a queste si oppone soverchiandole, unito a delle modulazioni dei personaggi che ricordano molto John Ford. Un esempio su tutti la freddezza del protagonista che, alla notizia del ritrovamento del figlio rapito dagli alieni, reagisce con intelligenza valutando l’occasione giusta e decidendo di rinviare senza farsi prendere dai sentimenti. Una scena che ricorda incredibilmente l’analoga di Sentieri Selvaggi, in cui John Wayne durante la galoppata per ri-tornare al ranch a salvare le donne dagli indiani, decide di fermarsi consapevole che altrimenti avrebbe fiaccato troppo i cavalli.
A questo si accostano altri topoi di Spielberg, come i bambini guardati con occhi adulti, osservati con quella discrezione che il regista aveva mutuato, per sua stessa ammissione, da Truffaut.
Non sappiamo dove andrà a parare questo Falling Skies e per questo siamo distanti dall’esprimere giudizi definiti: ci auguriamo solo che nel proseguo trovi una via narrativa più autonoma e originale.
