Ana, mon amour

Child’s Pose di Călin Peter Netzer, il regista di origine rumeno-tedesca, aveva ampiamente meritato di vincere l’Orso d’Oro nel 2013 (in Italia il film era arrivato, distribuito da Teodora, seppur soltanto a giugno di quello stesso anno, che non è esattamente il momento migliore per uscire). Il film Ana, mon amour che Netzer presenta quest’anno a Berlino è, quattro anni dopo, il suo successivo. Quattro anni in larga parte dovuti a un complicato, un po’arzigogolato lavoro di sceneggiatura, scritta a sei mani, dal regista, dalla sceneggiatrice Iulia Lumânare nonché dall’autore del libro (uscito nel 2006 e che si intitolava Luminița, mon amour, ma Ana è più internazionale) che risponde al nome di Cezar Paul Bădescu. La scelta, assolutamente condivisibile e avvincente, di articolare il racconto in modo acronico, cioè con un continuo salto temporale all’interno, a occhio e croce, una decina d’anni poco più, non giustifica del tutto alcuni “scalini” che nella sceneggiatura sono rimasti, e di cui la stessa conferenza stampa di regista e autori ha dato ampia dimostrazione. Ma di cosa tratta Ana, mon amour? E’ la storia di una coppia Ana, appunto, e Toma, dagli anni dell’università fino alla maturità, matrimonio, un figlio. Il più vistoso dato di partenza è la sofferenza di lei (attacchi di panico) ed è costretta ad assumere regolarmente dei farmaci. Questo dato attribuisce a Toma, fin dall’inizio, la funzione di consolatore, di sostenitore della compagna, fissa – sembrerebbe una volta per tutte – le relazioni sistemiche all’interno della coppia. Ma già pochi minuti dopo questo lungo establishing shot vediamo Toma sul lettino di uno psicoanalista, con diversi anni in più e molti capelli in meno. Da qui in avanti, forse, quello che verrà raccontato risalente al quasi presente, al passato prossimo, al passato remoto potrebbe essere da ricondurre alla prospettiva di Toma, se non addirittura, come in un paio di casi viene detto esplicitamente dallo psicanalista, ai sogni di Toma, ciò che, peraltro, spiegherebbe qualche sequenza decisamente più surreale, come quando Toma si confessa dopo anni con un prete che lo interroga sulla marca di sigarette che fuma ( “Stick to New Testament cigarettes and all is forgiven”, diceva il prete in Bananas, aggiungendo I smoke ‘em, He smoke ‘em”) o quando la moglie ha le doglie proprio nel momento in cui i due sono in coda per visitare delle reliquie, proprio loro che avevano esordito discettando su Nietzsche. Quel che, al di là del punto di vista e della plausibilità di quanto raccontato, appare chiaro è che nel corso del tempo i rapporti di forza all’interno della coppia mutano e quasi si capovolgono: man mano che la donna guarisce - non si capisce bene se per i farmaci, grazie all’analisi o una maturazione individuale o per tutte e tre le ragioni messe insieme – l’uomo comincia a star male, anzi si ammala perché vede venir meno sempre più il dato identitario che più lo contraddistingueva, ossia essere la colonna portante della relazione. Una storia che sembra fatta apposta per portare anche i più recalcitranti ad abbracciare le ragioni della psicanalisi/psicologia sistemica, anche tenuto conto della storia famigliare che sia Toma che Ana si portano dietro, due famiglie disfunzionali quasi da manuale, sia la famiglia piccolo borghese di lei che la famiglia di insegnanti di lui, dove succede ho è successo davvero di tutto, forse troppo – ma su tutto questo Il caso Kerenes aveva già detto molto.
Allo spettatore è richiesto un continuo sforzo per capire ciò che viene prima, ciò che viene dopo, e – al più tardi, nelle ultime sequenze – che cosa sia davvero successo, se quel che vediamo è davvero accaduto, ogni tanto, va detto, questo sforzo stanca (il film supera le due ore), i film così Thomas Elsaesser li chiama “mind game movies”; ma nell’insieme l’energia dei dialoghi, il rigore della fotografia, molto spesso con camera a mano, ripagano per lo più di questi sforzi. Molto bravi gli attori che si sono messi completamente in gioco (il regista ha raccontato che addirittura li ha mandati in analisi!), anche e soprattutto con i loro corpi che giungono a gradi di esposizione e di intimità piuttosto rari nel cinema d’autore.
(Ana, mon amour). Regia: Călin Peter Netzer sceneggiatura: Cezar Paul Bădescu, Călin Peter Netzer, Iulia Lumânare; fotografia: Andrei Butică; montaggio: Dana Bunescu; interpreti: Mircea Postelnicu (Toma), Diana Cavallioti (Ana), Carmen Tănase (la madre di Toma), Vasile Muraru (il padre di Toma), Tania Popa (la madre di Ana), Igor Caras Romanov (Igor); produzione:Parada Film, Bucarest, augenschein Filmproduktion, Colonia, Sophie Dulac Productions, Paris origine: Romania, Germania, Francia, 2016; durata: 127’.
