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Angus Maclise

Pubblicato il 23 ottobre 2012 da Emiliano Paladini


Angus Maclise

Street Arab: si dice che la prima volta il termine sia comparso tra le pagine di Dickens per indicare i poveri in strada e il film omonimo di Edison del 1898 (A Street Arab) è uno dei primi documenti proprio di quel tipo di urbanizzazione randagia, povera, che è diventato col tempo il primo documento sulla street art (sui balli da strada in questo caso) con evidenti riferimenti alla breakdance.
Nel 1943 il film Shoe Shining Boy raccontava di come in tempo di guerra un jazzista nero era costretto a fare i lavori più umili per continuare a suonare. Quattro anni più tardi e fino ai primi anni cinquanta, Kubrik compila una serie di racconti per immagini fotografiche, uno è The Tale Of The Shoe Shining Boy (1947, in mostra in questi giorni a Roma), immortalando su pellicola 35mm quello stesso bagliore lucido e accecante che da Odissea Nello Spazio a Shining ad Arancia Meccanica, Lolita, e fino al Dottor Stranamore ha acceso i flashes tra i più noti e iconici del cinema contemporaneo.
La vita di Charlie Parker è il capolavoro mondiale della street art, così come poi quella di Kerouac in letteratura e quella di Angus Maclise per le arti multimediali. E una prima considerazione è che l’arte povera è un intervento intenzionale sulle arti con elementi estrapolati da contesti sociali caratterizzati da povertà, e il discorso è di una banalità folgorante. Basti pensare a cosa è diventata oggi la cucina povera. Ma volendo si può pensare a quei monaci qualunque sia la religione e la confessione che lasciano tutto per vivere poveramente con il loro credo - è questo quello che ha fatto Angus Maclise per primo nel contesto della nuova musica di fine anni sessanta  [3]
Maclise è stato uno di quei grandi batteristi che non è riuscito a fare la storia con Vini Lopez e Clive Burr; anche se questo è tutto da rivedere, nella misura in cui Lopez era nei primi due dischi di Springsteen e Clive Burr nei primi tre degli Iron Maiden (di Steve Harris, quarto grande bassista-leader di scuola britannica con Sting, Jack Bruce, e McCartney, è uscito a settembre il primo disco solista).
Con Dave Mustaine il discorso è doppio perchè lui ha fondato due gruppi quasi contemporaneamente (Metallica e Megadeth), ma a questo punto forse il problema è di riuscire a fare la grande storia, il grande successo, perchè anche con Angus Maclise, e prima dei Velvet Underground, c’è da dire del progetto Inside The Dream Syndicate, il manifesto dell’avanguardia artistica più importante delle arti elettroniche, Theather Of Eternal Dreams, da cui Andy Warhol trasse l’EPI coi Velvet Underground al termine di quella successione di anni e decenni che dal primo disco di Parker del 1940, da Honeysuckle Rose, arriva a Bitches Brew di Miles Davis nel 1970.
Di fatto, è solo attorno a una figura del tipo di Angus Maclise che si compie la mistica delle arti contemporanee nel senso più preciso del contemporaneo in quei trent’anni che sono i più importanti della musica pop del Novecento e in cui già Ornette Coleman si era spinto con Chappaqua oltre i confini del Jazz avendo capito perfettamente la direzione che voleva prendere Charlie Parker.
Angus Maclise rivela una scelta che fa dell’arte uno stile di vita da strada privilegiato, una moda randagia, una scelta ascetica di povertà e di rinuncia; e quindi di mistica è corretto parlare proprio quando artisti come Angus Maclise intensificano il valore della purezza originaria dell’arte proposta, mostrando come questa molte volte altro non è che, come nel vecchio film di Thomas Edison, la rappresentazione di un modo di essere, di uno stato ambientale e di tutte le capacità e abilità possibili in quel fazzoletto urbano in cui si compie la vita dell’artista nell’immediatezza di un gesto che non rappresenta nè più un oggetto nè più niente oramai ma è comunicazione di un linguaggio culturale non più da contemplare ma da provare a capire.
Angus Maclise lasciando i Velvet Underground va alla ricerca di un gesto culturalmente originario e assoluto per la cultura musicale Occidentale esattamente come Andy Warhol, diciamo così, entrando a NYC nei Velvet Underground inserisce magistralmente la creazione musicale in uno status originario e inesplorato scavando nella semantica dei concetti di Factory (factorij) e Bowery (bouwerij) dando un senso nuovo alla cultura Occidentale a partire dalle sue origini, da naufraghi liberi del sogno delle cose brutte del tempo e di quel silenzio che spacca le pietre e il cuore.


(Angus Maclise, la mostra del 2011), http://www.youtube.com/watch?v=Bfns..., http://www.youtube.com/watch?v=6Stk.... Gli Spacemen 3 sono stati gli unici grandi artisti non direttamente coinvolti nello sviluppo della musica di Maclise a ricordarne la memoria con il disco Dreamweapon: An Evening of Contemporary Sitar Music, Watermans Arts Centre, 19 Agosto 1988 + una traccia del 1987. In alcune stampe sono tre le tracce del 1987 e in tuttii casi nei credits compare Pat Fish che da Oxford ha contribuito alla creazione del movimento musicale postmoderno soft, contrapposto all’industrial-metal, e in qualche modo metafisico, trascendentale. Nelle note di copertina c’è un saggio di Lamonte Young sulla scomparsa della melodia, come in Mallarmè, e si mostra la realizzazione delle fantasie musicali di The New Atlantis, già un motto della BBC con Deliah Derbyshire e poi testo in The New Atlantis, Forever Alien, Spectrum, 1997.


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