Anna Karenina

Roma, Teatro Argentina – Vi sono romanzi la cui lettura suggerisce subito l’idea di una loro trasposizione scenica. Sicuramente questo non è il caso di Anna Karenina, la cui complessità – senza contare la sua mole – dovrebbe bastare a scoraggiare qualsiasi tentativo di ‘riduzione’. Ha un che di ambizioso, dunque, per non dire titanico, questa sfida lanciata dal grande regista lituano Eimuntas Nekrosius, il quale, però, nonostante le enormi difficoltà che un’impresa del genere comporta, è in grado di offrire una vivida ed emozionante rilettura scenica di questo capolavoro assoluto della letteratura mondiale. Il testo, intelligentemente compresso e frammentato in ventinove quadri da Tauras Cižas - per un totale di cinque ore di spettacolo – viene sapientemente piegato alle esigenze del palcoscenico, di modo che l’esito finale risulti, sì, profondamente rispettoso della parola scritta di Tolstoj – non vi è parola pronunciata sulla scena che non sia venuta fuori dalla penna dell’autore - , ma, allo stesso tempo, lasci l’impressione di un perfetto meccanismo teatrale ormai dotato di vita propria.
Per il buon esito di un’impresa così audace concorre, senza dubbio, tutta una serie di scelte altrettanto coraggiose. Tanto per cominciare il compito più ingrato: i tagli al testo. Nekrosius sceglie di portare in scena la tormentata storia d’amore di Anna e Vronskji, e mantiene del romanzo solo ciò che contribuisce a raccontarla meglio. Le altre due celebri coppie, Dolly e Stiva (simbolo del matrimonio come vincolo sociale), Kitty e Levin (protagonisti di un amore solido, forte e sano), infatti, servono nella misura in cui riescono a mettere in risalto, da una parte, la sincerità e l’intensità e, dall’altra, il carattere difficile e quasi morboso del legame tra i due protagonisti. La storia di Anna Karenina sul palcoscenico sembra, insomma, farsi più simile a quelle delle varie sventurate mogli fedifraghe protagoniste di altri romanzi ottocenteschi, dalle quali finora la sua si era distinta. Ma questo sostanziale appiattimento dei contenuti, reso tuttavia necessario, è compensato da alcune scelte stilistiche di fortissimo impatto emotivo. La sobrietà della scrittura di Tolstoj viene qui stravolta da un interpretazione surreale, sopra le righe, quasi espressionista, in cui gestualità ed espressività sono caricate fino all’estremo - gli attori danno tutti prova di una grande energia e una eccellente padronanza del corpo - ; la scena, abbastanza spoglia, viene inondata da simboli: i bambini sono trasformati in occhiali, dei grandi tamburi rotolano da una parte all’altra della scena diventando ora ruote di un treno, ora orologi, simbolo dell’ineluttabile scorrere del tempo; e, ancora, Nekrosius introduce un elemento che fa sentire la sua presenza per tutto il romanzo ma che solo in teatro ci è data la possibilità di ‘vedere’: il destino, vero e proprio personaggio (interpretato da Alfonso Postiglione) muto, sinistro ed inquietante che si aggira per tutto lo spettacolo sulla scena.
Un mirabile esempio di teatro inteso come concentrato esplosivo di emozioni, uno spettacolo capace di andare a toccare profondamente tutte le corde dell’animo umano e di evocare alla mente immagini vivide e suggestive che difficilmente si potranno dimenticare. Imperdibile.
Autore: Lev Tolstoj; Regia Eimuntas Nekrošius; Adattamento del testo, Selezione musiche e assistente alla regia: Tauras Cižas; Interpreti: Mascia Musy, Annalisa Amodio, Corinne Castelli, Nicola Cavallari, Vanessa Compagnucci, Alessandro Lombardo, Paolo Mazzarelli, Paolo Musio, Renata Palminiello, Paolo Pierobon, Alfonso Postiglione, Nicola Russo, Stefano Vercelli, Gaia Zoppi; Scene: Marius Nekrošius; Costumi: Nadežda Gultiajeva; Luci: Audrius Jankauskas.
