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Antò le momò

Pubblicato il 11 febbraio 2008 da Luigi Coluccio


Antò le momò

Roma, Rialto Santambrogio - I felici, leggeri, Marc Chagall e l’amata Bella che si specchiano in King Kong e Fray Way in cima all’Empire State Building. La passeggiata [3] che diviene il King Kong dei lontani, ingialliti, anni trenta.
Andrea Cosentino o Antonin Artaud o Angelica o Antò le Momò -si, oggi, stasera, Antò le Momò- ha la magia di far questo...

E’davvero difficile scrivere su il teatro di Andrea Cosentino. Volontà vuole che, semplicemente, si scriva. Partendo dal quando, dal dove, per cercare di trovare il centro di quel labirinto esistenziale, temporale, che è uno spettacolo di questo splendido autore.

Quindi dove –Rialtosantambrogio. Quindi quando –dal 6 al 10 febbraio.

Infine, scrivere.

Inizio. La scena vuota viene, letteralmente, animata –un termine, pensiamo, che a lui piacerebbe- dall’arrivo, contestuale a quello di noi spettatori-visitatori, dell’ ”artefice” -è fuorviante portare con sé concetti quali “attore” o “autore” dentro il teatro di Andrea Cosentino; artefice, con quelle visioni antiche, alchemiche, che richiama, ci sembra più vero, accogliente.
Arriva l’artefice, dicevamo. Apparentemente solo. Ma con lui, dentro lui, attraverso lui, vediamo materializzarsi storie e personaggi evanescenti, che durano il tempo di uno sketch passionale, intenso, per poi ritornare dentro l’artefice e riaffiorare solo quando lui o loro o la storia o tutti insieme lo prevedano.
La vecchietta del Ghetto ebraico di Roma, un viterbese che per via della lotteria imparerà ad apprezzare il lato sovversivo insito –nonostante la rivolta si attui contro i vigili-totem che pattugliano la piazza della città- nella fauna andina, un Pulcinella cantore-assassino, Antonin Artaud, o meglio, la maschera Artaud che cerca di catturare Dio... una Babele rubata allo scorrere del tempo, ritagliata nei minimi particolari anche e soprattutto dei bordi delle singole esistenze, si evoca da sé davanti ai nostri occhi. Un moto interiore senza coscienza, senza tempo, ma con sguardo assoluto, puro, si erge dall’artefice a sezionare, incuriosito, i vari segmenti di esistenza che lo stesso artefice assegna ad ogni personaggio-maschera-storia.
Scrive Carla Romana Antolini all’inizio del suo libro L’apocalisse comica, che il teatro di Andrea Cosentino è un wittgensteiano “cogliere di colpo” attraverso i limiti del linguaggio.
Scrive lo stesso artefice nella presentazione dello spettacolo: “Non sono adesso in grado di anticiparVi l’esito dell’esperimento. Qui tutto accade nell’attimo in cui accade, e può anche non accadere. Qui voglio concedermi il piacere del rischio e dell’improvvisazione, che per me rimane il cuore pulsante del teatro”.
Avventurarsi contro i limiti del linguaggio, contro i limiti del teatro, chiamare a sé, dinnanzi a noi, ma solo in quel momento –“[...] Qui tutto accade nell’attimo in cui accade [..]”-, la Babele di esistenze di un tempo passato, presente e -perché no?- futuro, pone l’opera di Cosentino in un’aurea etica difficilmente inestricabile. Un’etica, appunto, wittgensteiana, che è il moto interiore che porta a dire un qualcosa, un semplice qualcosa, sulla vita e su noi stessi. Ecco quindi il moto interiore di cui sopra trasformarsi in un’etica dell’evocazione affabulatoria, potente. La purezza -che è sempre senza coscienza- delle visioni di Cosentino si giudica, si pesa, nella straordinaria figura di Pulcinella: metà cantore metà cantato, questa barcollante maschera sembra incarnare il lato deviato dell’unione di popolo e arte che Cosentino propugna nei suo spettacoli e nei suoi scritti.
Si ritrova sul comodino il Don Chisciotte, questo Pulcinella. Legge l’Odissea, questo Pulcinella. Ma, nonostante tutto ciò, o forse a causa della consapevolezza raggiunta tramite questi testi (?), si ritrova complice di un orrendo delitto, questo Pulcinella. Oggi il delitto si chiama, grazie al battage pubblicitario messo in scena dai mass media attraverso una sordida teatralizzazione –che sembra essere diventato, ontologicamente, il loro fine ultimo-, strage di Erba. Domani chissà. Ed oggi Cosentino evoca quell’evento attraverso un Pulcinella barcollante che disquisisce sui suoi osceni coturni rossi, dialogando con la moglie che brama, alla fine, solo un po’ di pace. Una pace che, se Pulcinella avesse voluto, se la moglie avesse voluto e -perché no?- se lo stesso Cosentino avesse voluto, tutti avrebbero trovato nel Don Chisciotte, nell’Odissea. Ma così non è stato. E Cosentino va oltre. Proprio perché rimembra il sapore, i colori, gli odori –in fondo, per Wittgenstein, l’etica potrebbe essere anche solo questo- di Omero e Cervantes, si libera, fisicamente e non, del barcollante Pulcinella, ora si incapace di capire una semplice lotta contro i mulini a vento o il canto delle sirene, e non concede a queste tetre figure il tanto ambito finale dello spettacolo. Lui, che di finali ne dona tanti ai suoi spettatori-visitatori, non lesina alla maschera Artaud la, ancora una volta, semplice cattura di Dio; o non lesina un amore à la Chagall per il nostro amato viterbese...

Eppure c’è dell’altro. All’uscita dello spettacolo qualcuno fa notare che Diderot avrebbe rimbeccato Cosentino e l’opera sua tutta. Perché? Perché nel delcamare il motivo dell’eccidio di Pulcinella la voce per un attimo ha tentennato, il gesto per un attimo si è fermato. Questo è un paradosso. Il paradosso di un artefice che, dubbioso, si sofferma problematico non sulla grigia, efferrata, esistenza di una coppia, ma sulla grigia, efferrata, esistenza che è diventata questa Babele in cui noi siamo immersi e di cui noi tutti siamo figli.


Autore: Andrea Cosentino Regia: Andrea Virgilio Franceschi Interprete: Andrea Cosentino Consulenza Drammaturgica: Valentina Giacchetti Collaborazione Artistica: Antonio Silvagni Maschere: Andrea Cosentino Web Info: Andrea Cosentino, Rialto Santambrogio, Editoria&Spettacolo, Marc Chagall


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