Appunti sparsi sul Festival del film di Roma

Identico lo spazio, l’Auditorium Parco della Musica nel quartiere Flaminio, e più o meno sempre lo stesso il periodo, un autunno romano piovoso ma non freddo. Eppure tante le novità. Giunto ormai al settimo anno di vita, infatti, il Festival del film di Roma, anno 2012, ancora prima di cominciare portava con se una grande nuova notizia: era la prima edizione diretta da Marco Muller. E l’ex direttore della mostra del cinema di Venezia (lo è stato per otto anni) ha tenuto subito a specificare come il tempo per lavorare fosse stato poco. In effetti l’ufficialità della nomina del neo direttore è arrivata solo a Maggio, e che il risultato ottenuto, nonostante tutto, avesse del miracoloso. Tantissime stelle, in effetti, non sono arrivate, ma qualche grosso nome c’era, ed è bene ricordarli: Jude law, Bill Murray, James Franco e Sylvester Stallone, che a Roma ha presentato (fuori concorso) uno dei film più divertenti della manifestazione: Bullet to the Head, diretto dal grande Walter Hill. Star a parte, nelle varie sezioni create dalla nuova direzione non sono mancati i buoni film, né i registi di valore internazionale. Cinquantanove i lungometraggi presentati in prima mondiale dal 9 al 17 novembre dello scorso anno, cinque le prime internazionali, dodici i mediometraggi e trentaquattro i cortometraggi, il tutto diviso in quattro sezioni: Concorso, Fuori Concorso, Prospettive Italia e Cinema XXI, affiancate dalla sezione per ragazzi (da quest’anno autonoma e svincolata dalla Fondazione Cinema per Roma) Alice nella Città. Il Festival si è aperto con Aspettando il mare del regista Bakhtyar Khudojnazarov, e si è chiuso con Una pistola en cada mano dello spagnolo Cesc Gay. Moltissime le opere prime e seconde proposte nel concorso, e tre le pellicole italiane presenti in questa sezione: Alì ha gli occhi azzurri di Claudio Giovannesi, E la chiamano estate di Paolo Franchi e Il volto di un’altra di Pappi Corsicato. Tra i grandi autori presenti quest’anno a Roma vanno sicuramente ricordati Takashi Miike (Lesson of Evil), Valérie Donzelli (Main dans la main), Larry Clark (Marfa girl) e Aleksei Fedorchenko (Nebesnye ženy lugovykh mari). Da segnalare, Fuori concorso, il film Le Guetteur di Michele Placido (con un cast tutto francese) e La Bande de Jotas, di Marjane Satrapi. Molti gli italiani presenti al Festival, un bel gruppone in Prospettive Italia, la sezione simile a quel Controcampo italiano che Muller volle a Venezia. Ricordiamo alcuni titoli italiani presenti in questa sezione: Cosimo e Nicole di Francesco Amato, L’isola dell’angelo caduto, opera prima di Carlo Lucarelli, Italian movies di Matteo Pellegrini, La scoperta dell’alba, di Susanna Nicchiarelli, Razza bastarda di Alessandro Gassman, e Waves di Corrado Sassi. Non sono mancate naturalmente le polemiche, soprattutto per i premi. Non tanto per il Marc’Aurelio d’Oro andato a Marfa Girl di Larry Clark, e nemmeno per il Gran Premio della Giuria ottenuto da Alì ha gli occhi azzurri di Claudio Giovannesi (che ha vinto anche il premio migliore opera prima o seconda), quanto per i due premi andati a E la chiamano estate di Paolo Franchi: quello per la regia e quello per l’interpretazione femminile (andato ad Isabella Ferrari). La giuria ha premiato a sorpresa il film più contestato e fischiato della rassegna. Maltrattato dalla critica italiana e bocciato dal pubblico, il film, forse anche per questo motivo, è stato difeso a spada tratta dalla giuria che si è così espressa: “E’ stata una scelta difficile per noi, eravamo divisi come lo è stato il pubblico. Molti di noi si sono arrabbiati, come vi siete arrabbiati voi. Ma è una regia coraggiosa, senza compromessi nella sua visione, e il film non lascia indifferenti".

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