Arrival

La punta del naso di Giulio. Per diversi motivi, durante la proiezione di Arrival mi è venuto in mente il dettaglio personale condiviso dalla mamma di Regeni. Non so se sia appropriato ricordarlo in una recensione cinematografica, nel caso contrario me ne scuso.
Arrival di Denis Villeneuve è un film sul senso del linguaggio, su ciò che significa per la specie umana in termini di slancio verso l’altro, terrestre o alieno che sia, e sull’importanza dei segni e delle parole che utilizziamo quando lo animiamo. Come quei contenitori con dentro sonetti di Shakespeare, la registrazione della lallazione di un bambino, un boomerang aborigeno o il video di un concerto dei Pink Floyd, che si diceva venissero lanciati nello spazio per lasciare traccia dell’esistenza dell’umanità, le parole - quelle che ci accompagnano tutti i giorni, che ci sono prossime come le forme di vita che ci circondano - racchiudono in sé, al di là del tempo, l’amore del passato, l’incertezza del presente, la speranza del futuro.
Ancora, questo film fantascientifico è un discorso sull’autonomia di scelta che, condivisibile o meno quella della protagonista, investe sempre, al tempo stesso, sfera pubblica e privata, manifestandosi come una delle espressioni più profonde della natura umana.
Arrival è la storia di una donna, Louise, interpretata dalla sempre più centrata Amy Adams, che sembra aver imparato a convivere con il dolore di cui, sin dalla prima scena, ci viene spiegata l’origine, la morte della figlia, a prescindere dalla natura delle immagini che pensiamo di aver visto: sogno? Déjà-vu? Origine, dal latino oriri, nascere, provenire, alzarsi, cominciare. Nel suo disvelamento del processo narrativo a rilascio lento quanto efficace, e attraverso gli occhi trasparenti di una donna capace di gestire la complessità, anche grazie a una certa esperienza di ascolto, studio, maternità, Villeneuve distilla le suggestioni di chiara matrice etico-filosofica che sostengono il film: qualsiasi dimensione temporale decidiamo di attraversare, le pietre dentro l’acqua e l’acqua che abbiamo conosciuto, in quel determinato modo e in quel determinato assoluto temporale, sono la stessa cosa e, in qualche modo, restano.
Incontriamo la protagonista, una docente universitaria, interprete, studiosa delle persistenze linguistiche, delle interazioni tra forme di comunicazione diverse, quando si (ri)affaccia nella sua vita la possibilità di un impiego del suo talento di ricercatore diverso rispetto alla consueta attività di insegnamento. Louise ha già in passato lavorato con i servizi segreti del governo americano per alcune traduzioni, in cui si è rivelata l’esperta giusta al momento giusto. Quando la vengono a stanare nel suo rifugio accademico rimaniamo spiazzati dalla ferma determinazione con cui non si lascia sfuggire l’occasione di partecipare a un’impresa destinata a entrare nella storia: entrare in contatto con le realtà extraterrestri che si sono materializzate sulla superficie del pianeta come involucri scuri, compatti, simili a fagioli giganti di grafite, sospesi a pochi metri dal suolo.
In maniera meno barocca rispetto al Nolan di Interstellar, Arrival echeggia la pratica di un cinema che gioca con la bellezza della scienza e l’inganno del tempo per raccontare l’insondabilità dei rapporti che legano gli esseri umani. Ispirazione sottostante continua resta, comunque e sempre, l’inarrivabile costruzione visionaria, filosofica, politica di 2001: Odissea nello spazio.
Villeneuve sa prendersi gioco morbidamente dei suoi spettatori. Esplora gli stereotipi del cinema di genere lasciando un ironico margine di imprecisione, rifinendo la grossolanità da megaproduzione di fantascienza. Gli aerei rombano sopra la testa, l’inquadratura si alza sopra la folla in un vortice con al centro la protagonista, il trailer è quasi da Indipendence day. Louise tenta l’interpretazione dei versi di un ectopode (uno dei due visitatori extra terrestri) come se avesse a che fare con un bambino appena arrivato in classe, che parla la lingua di qualche posto sconosciuto dall’altra parte del mondo. Per finire, semplificata al limite del risiko è anche la rappresentazione della geopolitica del nostro piccolo mondo antico. Gli alieni si sono posizionati in dodici siti che coprono le diverse aree di influenza mondiale, ma il punto di vista da cui guardiamo le cose è quello del Montana, Stati Uniti d’America. Mentre Lamerica sottolinea la necessità di un coordinamento globale, a preoccupare soldati tutti d’un pezzo (Forest Whitaker) e capetti dell’intelligence, per la volontà di autogestione dell’emergenza e di interventismo, sono le solite Cina e Russia. Ancora semplificazioni, che uniscono disciplinatamente i puntini del mainstream hollywoodiano. Ma il regista lascia cadere la pesantezza della caricatura accedendo al nido alieno. Entriamo con Louise nella nave spaziale e, rovesciamento delle prospettive spaziali a parte, ci sembra di essere nello studio di un logopedista. Il trucco c’è e si vede.
Il regista si prende ancora gioco di noi ma non ci arrabbiamo. Restiamo con Louise quando comincia ad avere nuove visioni di cui non comprendiamo l’origine. E siamo ancora con lei quando cerca un contatto personale con il suo E.T. che la attraversi con l’accettabile magia umana della conoscenza. Come ne La donna che canta, Villeneuve vuole avvicinarsi, quasi fino a toccarla, alla natura del dolore e conoscere il concetto che di volta in volta andiamo a sostituire alla parola verità, esso stesso autonoma forma di verità. Una forma riconoscibile, come il senso di Louise per il tempo, capace di cambiare le sorti dell’umanità attraverso un lessico familiare, intimo e segreto, l’ultimo sussurro all’orecchio dell’amato in punta di morte. Non importa se si conosce lo sviluppo della storia, la fine del viaggio. Si può ugualmente incidere sulla forma delle cose, attraverso l’intensità delle proprie percezioni e intenzioni. È in fondo anche il mistero del percorso creativo.
(Arrival); Regia: Denis Villeneuve; sceneggiatura: Eric Heisserer; fotografia: Bradford Young; montaggio: Joe Walker; musica: Jóhann Jóhannsson; interpreti: Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker, Michael Stuhlbarg, Tzi Ma, Mark O’Brien; produzione: Warner Bros.; distribuzione: Warner Bros.; origine: USA, 2016; durata: 116’
