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La scelta di Barbara

Pubblicato il 20 marzo 2013 da Matteo Galli


La scelta di Barbara

Uno dei registi di punta del cinema tedesco contemporaneo, Christian Petzold (1960), non era praticamente mai stato distribuito in Italia; solo Die innere Sicherheit del 2000 era girato in modo semi-clandestino con il titolo inglese The State I am in. Da allora Petzold di film ne ha girati sette, cinque dei quali con la stessa attrice protagonista, Nina Hoss, divenuta, nella sua algida bellezza, ormai un binomio inscindibile col regista e premiata nel 2007 con l’Orso d’Argento per Yella. Malgrado in Italia sia pressoché sconosciuto, Petzold è – forse insieme al solo Andreas Dresen (1963) - il regista tedesco fra quelli nati negli anni ’60 che ha saputo costruirsi una cifra stilistica assolutamente riconoscibile, una cifra che potrebbe essere riassunta con l’espressione di “melodramma freddo”, in qualche misura tributario di Rainer Werner Fassbinder. Senonché lo stile di Petzold si è ben presto raggelato in maniera (sequenze ricorrenti in guisa di leitmotiv, musica sempre soltanto diegetica, dialoghi rarefatti, gusto estetizzante della messa in quadro, citazionismo), i film del regista, forse anche in conseguenza dell’insistita presenza di Nina Hoss che fa sempre un po’ lo stesso personaggio (verrebbe da paragonarla a Margherita Buy) si assomigliano tutti, sia che ci parli del dramma dei bambini scomparsi, com’era successo in Gespenster (l’unico film degli ultimi anni senza la Hoss), sia che ci parli della New Economy, come in Yella, sia che rimetta in scena Ossessione nei non-luoghi della pianura brandeburghese, come accade in Jerichow (passato nel 2008 a Venezia), sia che, come in La scelta di Barbara, si parli della DDR.
Da qualche anno a questa parte Petzold prova in verità una particolare attrazione per i luoghi, i paesaggi della DDR, finora si era limitato al presente – Yella veniva da Est, Jerichow, come detto, a Est è ambientato, persino la trilogia televisiva intitolata Dreileben, co-produzione Panorama-Forum della Berlinale 2011 era ambientata a Est – stavolta invece, lui regista socializzato a Ovest, si avventura su un terreno scivolosissimo, ossia il passato della DDR, segnatamente gli anni ’80, dunque proprio in quel decennio in cui è collocato il film (occidentale) di maggior successo di ambientazione DDR degli ultimi anni, ossia Le vite degli altri. Terreno scivoloso perché di nuovo il rischio è quello di suscitare l’ennesimo dibattito sulla sovranità ermeneutica: perché un regista occidentale – anche se Petzold è figlio di profughi dalla DDR e dunque le storie legate a quel paese hanno fatto e fanno parte della memoria comunicativa e familiare - va ad immischiarsi in un periodo della Storia che non conosce? Va subito detto che Petzold riesce alla grande a sottrarsi a questo rischio, è il suo stile (la sua maniera) ad aiutarlo, perché non ambisce neanche un po’ a quella presunta correttezza documentale, sempre e pesantemente in odore di blooper, di cui Henckel von Donnersmarck spavaldamente ebbe a vantarsi, sicuramente La scelta di Barbara non verrà mostrato alle classi in Germania e in giro per il mondo per raccontare come “era” davvero la DDR. La scelta di Barbara è in tutto e per tutto un film di Petzold, ossia un film con una robusta dose di astrazione, dove il regista lavora per sottrazione, dove ovviamente ci sono le Trabant, c’è la Stasi, ci sono le case malandate, ma la vicenda, pur assolutamente radicata nella Storia tedesca, potrebbe certamente svolgersi altrove.
Siamo nella provincia, più o meno in quella stessa zona al confine fra il Brandeburgo e il Mecklenburgo, dove Petzold aveva girato Jerichow, Barbara, pediatra, vi arriva, sussiegosa e scontrosa, proveniente dalla Charité, l’ospedale della capitale, non ci è venuta di sua iniziativa, ce l’hanno spedita le autorità, d’altra parte la donna non fa mistero del fatto che da tempo ha inoltrato richiesta di emigrare ad Ovest. A nulla vale la gentilezza ben presto interessata del giovane primario, Barbara è inavvicinabile, rifiuta ogni contatto che non sia solo lavorativo, la Stasi la tiene d’occhio con perquisizioni periodiche, del resto, diciamolo pure, ne ha ben donde perché la dottoressa s’incontra clandestinamente con l’amante occidentale, rigorosamente in Mercedes con targa di Düsseldorf (più cliché di così...) e pianifica una fuga via mare, facendosi fornire dall’amante i soldi necessari per pagare chi l’aiuterà a scappare. Con la DDR Barbara, ormai da tempo, ha chiuso, non distante da un’altra dottoressa famosa della letteratura della DDR, proprio degli anni in cui si svolge il film, la Claudia, creata da Christoph Hein ne L’amico estraneo. Ma a differenza di Claudia, Barbara non si è bagnata nel sangue di drago, c’è ancora una parte di lei che può essere toccata, la qual cosa, emerge quasi fuori tempo massimo, negli ultimissimi minuti del film, allorché la dottoressa decide di compiere un supremo sacrificio cedendo il posto a bordo di una minuscola e rudimentale moto d’acqua ad una ragazza, sua paziente, che di fuggire dalla DDR aveva decisamente più bisogno di lei. Del resto, a pensarci bene, non esiste mélo, neanche quello freddo di Christian Petzold, senza che venga compiuto un sacrificio. Che poi dal sacrificio nasca l’amore tardivo per il primario, Petzold ce lo lascia intuire ma non ce lo dice.
Come tutti i film di Petzold, anche questo è denso di relazioni intertestuali, di citazioni: da Huck Finn di Twain a Turgenev, da Hermann Broch (che ha pubblicato negli anni ’30 una novella intitolata per l’appunto Barbara con un plot molto simile a questo) a Rembrandt, senza dimenticare alcuni classici della cosiddetta “letteratura dell’approdo” anche questa rigorosamente targata DDR: da Christa Wolf a Brigitte Reimann.
Che Petzold sia riuscito finalmente ad arrivare in Italia è un dato confortante. Lo si spiega probabilmente con il fatto che è in grado perfettamente di rispettare i paradigmi distributivi che, in relazione al cinema tedesco, meglio funzionano in Italia: film “storici” sulle dittature, quella nazista, quella comunista. Ciò detto, è giusto anche aggiungere che forse La scelta di Barbara non è il film migliore di Christian Petzold.


CAST & CREDITS

Regia, sceneggiatura: Christian Petzold; fotografia: Hans Fromm; montaggio: Bettina Böhler; interpreti: Nina Hoss (Barbara), Roland Zehrfeld (André), Jasna Fritzi Bauer (Stella), Mark Waschke (Jörg); produzione: Schramm Film, Berlino; origine: Germania; durata: 105’.


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