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Berlinale 2014

Pubblicato il 6 febbraio 2014 da Matteo Galli


Berlinale 2014

Con Grand Hotel Budapest di Wes Anderson ha inizio domani la Berlinale. Il timore diffuso è che il primo film del concorso sia anche il più importante, che il festival inizi col botto, ma poi si afflosci. In tutto il tabellone principale presenta 23 pellicole, tre delle quali fuori concorso: Monuments Men di George Clooney, coproduzione anglo-tedesca-americana, girata in Germania e che uscirà in Italia il 13 febbraio; il primo volume (chissà perché solo quello) del director’s cut di Nymphomaniac di Lars von Trier e l’ennesimo remake di La bella e la Bestia, stavolta ad opera di Christoph Gans con Vincent Cassel, Léa Seydoux e André Dussolier. Fra i 20 film restanti nessun nome di grande rilievo, eccezion fatta per il novantaduenne Alain Resnais in lizza con il suo Eat, Pray, Love che si intitola Aimer, boire et chanter. Fra i registi più anziani spicca l’Edgar Reitz giapponese Yoji Yamada (pur sempre 83 anni) che presenta un film intitolato The Little House. In concorso c’è una regista che l’Orso l’ha già vinto: la peruviana Claudia Llosa, che lo conquistò piuttosto a sorpresa nel 2009 con La teta asustada (che in Italia girò come Il canto di Paloma) e che quest’anno concorre con Aloft, una coproduzione ispano-franco-canadese. La compagine americana, oltre a Anderson e Clooney, presenta il veterano Richard Linklater, giunto al quarto episodio della sua saga, stavolta il film non comincia con la parola Before (Sunrise, Sunset, Midnight) ma si intitola semplicemente Boyhood. Una compartecipazione americana anche nel film di Rachid Bouchareb, intitolato La voie de l’ennemi, che batte altresì bandiera franco-belga-algerina. Come al solito a Berlino le coproduzioni sono numerose (più della metà), in molte, quasi tutte, c’è lo zampino della Germania, forse la nazione più presente sul mercato cinematografico europeo e non solo. Come da tradizione, oltre che in qualità di partner coproduttivo, la Germania è presente con un significativo numero di film in lingua tedesca (ben cinque), con autori e autrici poco noti fuori dalla Germania, con la parziale eccezione del non più giovanissimo Dominik Graf, nato nel 1952, forse il principale regista televisivo tedesco. Graf presenterà un film in costume incentrato sul classico tedesco Friedrich Schiller e un suo ménage à trois con due sorelle a un anno dallo scoppio della Rivoluzione Francese. Due dei cinque film in lingua tedesca sono, come da tradizione, opera di autori/autrici migranti di seconda generazione: è il caso di Zwischen Welten (Fra i mondi) di Feo Aladag e di Macondo Sudabeh Mortezai. Questi ultimi, in realtà, concorrono per l’Austria. Colpisce la completa assenza di film provenienti dall’Europa Orientale, da sempre una delle presenze più qualificanti del concorso berlinese.
Dall’Estremo Oriente, oltre al film di Yamada, ben tre contributi cinesi: Black Coal, Thin Ice di Diao Yinan (il suo film precedente Night Train aveva riscosso un certo successo a Cannes), Blind Massage di Lou Ye e No Man’s Land di Ning Hao.
Qualche momento di leggerezza ce lo aspettiamo da Hans Peter Moland, autore di una coproduzione tutta scandinava (Danimarca, Norvegia, Svezia) intitolata In Order of Appereance ma in originale Kraftidioten (Moland era già passato in concorso nel 2010 A Somewhat Gentle Man che era piaciuto a molti.) Almeno tre film sono debutti assoluti.

Anche la Giuria del concorso potrebbe essere leggermente più famosa, forse: la presiede il produttore e sceneggiatore James Schamus, fido collaboratore di Ang Lee, forse i nomi più noti sono gli attori Tony Leung e Christoph Waltz.

L’Italia, come da tradizione, è assente dal concorso (Cesare non deve morire fu – per quel riguarda gli ultimi anni – un’eccezione).

Nelle altre rassegne c’è un po’ più d’Italia, ma solo poca in più: in “Panorama” il documentario di Gianni Amelio Felice chi è diverso e In grazia di Dio di Edoardo Winspeare, nella sezione “Generation 14plus”, i film dedicati agli adolescenti, Il sud è niente di Fabio Mollo.


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