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blues&technology

Pubblicato il 28 gennaio 2013 da Emiliano Paladini


blues&technology

C’è una canzone di Zappa che comincia col violino di Jean-Luc Ponty. Il basso gli gira attorno per le prime battute, poi fa un paio di note lunghe e basse e si alza sopra il violino, gli si avvolge attorno ancora un paio di volte e prosegue col violino di pari passo fino all’ingresso della chitarra. È un ingresso da favola flamenco, ma basso, chitarra e batteria che sarà poi alla John Bonham se ne vanno indisturbati a spasso per tutto il lungo strumentale fino al ritorno del violino. È Willie The Pimp, 1969. I Cream hanno già suonato non solo White Room, ma questo è nei fatti un tassello fondamentale nella ricostruzione dell’hard-rock, dei suoi primi passi, e ti sembra di andar lontano. Poi ti sembra di prendere la luna con le dita di una mano sola, di fare un salto nel cielo, o di lanciare un’alabarda col suo quarto di luce accesa, o di buttarla nel cestino, in rete, illuminata per intero. Ma quello che è vero questa volta è che in realtà della luna è solo, e si fa solo per modo di dire, il suono che stai ascoltando della sua magica oscurità che ti porta davvero così lontano: The Dark Side Of The Moon. The Dark Side Of The Moon è una registrazione leggendaria, un disco maiuscolo. La sua perpetua attualità lo mette assieme a lavori tipo A Love Supreme di John Coltrane. Quando nel 1973 è uscito come ottavo disco dei Pink Floyd, si era già tutto compiuto coi viaggi spaziali, e tutto il resto stava diventando una bella abitudine di ricerca; e se l’arte elettronica e la sua musica cominciavano ad avere un senso oltre il cult e lo stereotipo della nuova alienazione artistica, molto è dovuto proprio alla strepitosa concretezza di questa nuova realtà di ricerca scientifica e delle su immagini, dei suoi suoni, degli equipaggiamenti, e di tutte le stranezze che dell’arte elettronica sono diventate strumenti di espressione. Ed effettivamente queste ricerche spaziali e di astronomia e il loro successo hanno dato all’arte elettronica uno spunto per emergere definitivamente come nuovo e interessante campo artistico. The Dark Side Of The Moon è il secondo capitolo della trilogia del viaggio, allucinato, spaziale, emotivo, e in qualche modo psicoanalitico dei Pink Floyd (Meddle, Wish You Where Here) seguirà quella per certi versi sociologica immediatamente successiva con Animals, The Wall e The Final Cut, con destinazione il cinema che dell’arte elettronica è l’incarnazione, e quella ultima verso l’irripetibile più che l’assoluto, o l’inimmaginabile, vista la sconcertante e spettacolare potenza tecnologica ancor prima che davvero tecnica espressa dagli shows dei Pink Floyd guidati da Gilmour verso il riconoscimento inevitabile di tutto quello che è stata la storia musicale del combo di Cambridge e quindi l’arte per formativa e il multimedia nella sua accezione più totale e spettacolare di cui The Dark Side Of The Moon è proprio l’espressione più completa evidenziando gli aspetti celestiali dei fondamentali della musica blues - la leggenda si è compiuta (photo: nuvoleparlanti.blogosfere.it).


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