Bouyancy - Panorama

In inglese “Buoyancy” vuol dire molte cose: vuol dire in primo luogo galleggiamento, ma poi, in senso traslato, significa anche ottimismo, positività, esuberanza, flessibilità, resilienza, capacità di reazione, forza. Di tutte queste cose, dalla più letterale alla più metaforica, dà prova Chakra, un ragazzino tredicenne cambogiano che decide un bel giorno di mollare la casa paterna, una casa di contadini, dove il padre-padrone non sente ragioni e la sera prima impartisce ai figli gli ordini per l’indomani: seminare, fertilizzare, quel che capita. Chakra si sente sfruttato, anche rispetto agli altri fratelli, vorrebbe avere tempo anche per divertirsi, gli piace giocare a calcio, gli piace nuotare, (un’abilità che in seguito gli servirà non poco), flirtare con le ragazzine (che però lo considerano un poveraccio), ma il padre non transige. E allora come detto decide di andarsene, avvalendosi di loschi individui che gestiscono e sfruttano l’emigrazione arricchendosi a spese di uomini, giovani e meno giovani, in cerca di un futuro migliore. Temo che tutto questo ci ricordi qualcosa. La meta prevista è la ben più ricca Thailandia, ma Chakra, non potendo pagare il pizzo per giungere al confine con i più diversi mezzi di locomozione (auto, moto, barca) si ritrova nella colonna dei più disgraziati, insieme a un uomo più grande di lui con cui stringe quanto di più simile a un patto di solidarietà e amicizia: fin quando non avrà pagato la cifra dovuta dovrà lavorare gratis. Finirà prestissimo in un peschereccio a traino che solca avanti e indietro il mare (il Golfo del Siam? Il mare delle Andamane?) raccogliendo valanghe di pesci e crostacei, in media piuttosto piccoli, i quali – apprendiamo –verranno raccolti con l’esclusivo scopo di costituire cibo per cani, mentre, chi lavora è tenuto a riso e acqua, e solo quando ha saputo compiacere il padrone del barcone, può aspirare a uno smilzo filettino di sushi. Le condizioni di lavoro sono tremende, chi è finito su quella barca è destinato presto o tardi a mollare: per la fatica, per la rabbia, per la frustrazione. Tutti, chi più chi meno, chi prima chi dopo. Ma Chakra invece no. Da ragazzino candido e ingenuo si trasforma in poco tempo in un individuo spietato, all’inizio per mero spirito di sopravvivenza ma poi anche al fine di compiacere il sadico capitano della nave, che proprio in grazia della resilienza di Chakra comincia ben presto a individuare in lui l’unico capace di stargli all’altezza e potenzialmente un suo sostituto e, chissà forse, un suo successore in questo universo carcerario e di schiavitù. Quasi tutto ambientato nel barcone e quindi possibilmente assai monotono, il film risulta in realtà piuttosto avvincente, diventando una versione sud-est-asiatica di dieci piccoli indiani, con un autentico climax nel terribile coming of age del piccolo Chakra il quale, nell’arco di poco tempo, si trasforma in un autentico giustiziere della notte e anche del giorno. Fin quando finalmente non riesce ad attraccare il barcone, tentando un improbabile nostos con un bel fascio di banconote, tanto per dimostrare al padre-padrone che ce l’ha fatta. Una piccola lacrimuccia (di autocommiserazione per quel che è diventato? per la famiglia con la schiena china a lavorare nei campi?), e poi via, Chakra si rimette in cammino, chissà per dove.
Prodotto in Australia, girato da un regista esordiente (Rodd Rathjen) con alle spalle fin qui tre soli cortometraggi e parlato in lingua khmer, thai e burma, Buoyancy, presentato a Berlino nella sezione “Panorama” è un film, come apprendiamo al più tardi nei titoli di coda, che al di là della vicenda individuale di Chakra intende mettere il dito e le immagini in una piaga sociale di dimensioni considerevoli, di cui, forse, chi sta dall’altra parte del mondo ben poco sa. E’ la piaga dei ragazzini schiavi dei pescherecci a traino, un mercato di dimensioni colossali dove i profitti vengono realizzati a spese di disperati provenienti da altri paesi limitrofi, illusoriamente convinti di potersi emancipare dalla miseria e finendo invece a fare lavori ancor più disumani di quelli dai quali fuggivano. Temo che tutto questo ci ricordi qualcosa.
(Buoyancy); Regia: Rodd Rathyen; sceneggiatura: Rodd Rathyen; fotografia:Michael Latham; montaggio: Graeme Pereira; interpreti: Sarm Heng (Chakra), Thanawut Kasro (Rom Ran), Ros Mony (Kea) produzione: Causeway Films, origine: Australia 2019; durata: 93’.
