Boyhood - Concorso

Richard Linklater è uno di quei registi capaci come pochi altri di polarizzare. Può contare su un altissimo numero di estimatori che ne apprezzano il minimalismo, l’approccio fenomenologico alla realtà, i dialoghi che sembrano, senza filtri, ricalcare lacerti di vita reale, la “naturalezza” nel raccontare il tempo, la rappresentazione del tutto priva di retorica della vita quotidiana che della banalità ha il coraggio di farsi vanto. E ci sono invece coloro che lo detestano più o meno per le medesime ragioni, riassumibili con la seguente domanda: il cinema o più in generale l’arte ha davvero bisogno di questa reduplicazione speculare del reale, visto, appunto, nella sua seriale, triviale banalità, non siamo forse già a sufficienza circondati da mediocrità, serialità, banalità? A corollario di questa domanda si deve altresì tener conto del fatto che le scelte stilistiche, formali del regista non sono tali da produrre una riflessione diciamo così straniata e straniante su quanto egli va rappresentando, ciò che valeva ad esempio invece per un altro grande cantore della mediocrità americana come Robert Altman. Di fronte a questa alternativa di fondo – entusiastica adesione vs istintiva ripulsa – si trova anche lo spettatore di Boyhood, parola difficilmente traducibile in italiano, sarebbe fanciullezza, adolescenza ma per l’appunto di un “boy” di un ragazzo. Va tuttavia premesso che rispetto ai tre precedenti episodi del sequel di Linklater ci troviamo di fronte ad un progetto di ambizioni decisamente maggiori che non può non suscitare se non proprio l’adesione entusiastica certamente l’attenzione e l’interesse anche da parte di chi solitamente non aderisce alla community dei fan del regista di Houston. Mentre infatti i tre episodi precedenti – Before sunrise (1995), Before Sunset (2004) e Before Midnight (2013) – rispondevano al tentativo di far per quanto possibile coincidere il tempo del racconto e il tempo della storia (a Vienna, a Parigi, in Grecia), qui avviene l’esatto contrario: nei 164 minuti del film Linklater concentra 10 anni della vita di una famiglia media texana. L’originalità e l’ambizione del progetto consiste nel fatto che gli attori (Patricia Arquette nella parte della madre, Ethan Hawke nella parte del padre separato, lo stesso attore della trilogia, non si capisce fino in fondo se anche lo stesso personaggio, Ellar Coltrane nella parte del protagonista Mason e Lorelei Linklater, la figlia del regista , nella parte della sorella Samantha) sono stati seguiti e ripresi a partire dal 2002, che dunque il trascorrere del tempo raccontato nel film corrisponde al trascorrere del tempo nella vita reale dei personaggi e degli attori, ciò che soprattutto per i giovani protagonisti comporta una significativa trasformazione fisica: Ellar Coltrane, per esempio, ha otto anni all’inizio e diciotto alla fine. Ciascuna macrosequenza, di durata variabile, corrisponde ad un momento della vita dei personaggi, si può dire a livello indicativo che ogni sequenza racconti un anno. Insomma quello al cinema di solito viene fatto dal make-up o dalla duplice, talora triplice copertura di un ruolo, a significare il passaggio del tempo, qui viene fatto dal “naturale” processo di invecchiamento o crescita dei personaggi. Ciò detto, resta da stabilire che cosa raccontano questi dieci anni; difficile dire che cosa raccontano senza per questo fare coming out, cioè riuscendo a mascherare se si appartiene agli estimatori oppure ai detrattori del metodo Linklater. Dieci anni nella vita normale, banale, seriale di una media, mediocre famiglia bianca americana, dove al compimento del quindicesimo anno di età Mason riceve in regalo la Bibbia dalla nonna, un completo con cravatta dal padre e il fucile dal nonno (Dio, Patria, famiglia…) dove l’unico conflitto degno di questo nome è la progressiva degenerazione della relazione fra la madre e il nuovo compagno vieppiù incline all’alcool. Per il resto: scuola e tempo libero, pranzi e cene, le feste comandate, i fine settimana col padre, i primi amori, la Grande Natura Americana, tanto, tantissimo dialogo. Non c’è un conflitto etnico, nessuno soffre mai, mai nessuno che prenda un libro in mano, veda un film, la musica è quella locale (country, folk), ogni tanto Ethan Hawke imbraccia la chitarra e mette in musica, a mo’ di ballata folk, quello che abbiamo appena finito di vedere. That’s America. Boyhood ha avuto l’applauso più caloroso di tutto il concorso, evidentemente gli aficionados presenti a Berlino sono molto più numerosi dei detrattori. E se anche in Giuria gli estimatori dovessero essere in maggioranza, anche in omaggio all’originalità e al coraggio del progetto, Linklater potrebbe anche essere premiato con l’Orso d’Oro.
(Boyhood); Regia: Richard Linklater; sceneggiatura: Richard Linklater; fotografia: Lee Daniel, Shane F. Kelly; montaggio: Sandra Adair; interpreti: Ellar Coltrane, Patricia Arquette, Ethan Hawke; origine: USA, 2014; durata: 164’
