Budrus

“Abbiamo due possibilità: o decidiamo che è stato un segno del destino e ci sottoponiamo ad esso, oppure decidiamo che è stato un atto di violenza e allora ci ribelliamo ad esso…”
Con queste parole un capo carismatico si rivolge all’assemblea che ha di fronte a sé durante una riunione per decidere quale deve essere la linea di comportamento da seguire.
Ma purtroppo, se si trattasse soltanto di fare una scelta all’interno di questo bivio, tutto sarebbe più semplice. E invece le cose non stanno proprio così.
Budrus è un piccolo villaggio che si poggia sul settore primario dell’economia, quello agricolo, e che vive grazie ai suoi ulivi. Questi ultimi non sono soltanto alberi da cui trarre sostentamento, ma anche veri e propri confratelli degli abitanti del suddetto villaggio, di fronte ai quali una vecchia donna dal viso emblematico afferma “è da tutta la vita che li coltivo, li annaffio, li cresco con cura e con amore: se sradicano loro, devono sradicare anche me.” Perché è questo il problema (sicuramente il più apparente perché dietro ad esso ve ne sono altri decisamente più complessi da affrontare, come quelli economici): a Budrus, situato nei pressi della striscia di Gaza, le milizie di frontiera israeliane avanzano per occupare con la forza i poverissimi territori palestinesi, fregandosene di ogni rivolta, pacifica o armata, e spianando con i bulldozer i campi coltivati dei palestinesi per costruirvi sopra un muro di cinta che separi Israele dal resto del mondo arabo, territorialmente così vicino ma al contempo così lontano sotto tutti gli altri punti di vista, da quello religioso a quello politico, da quello economico a quello militare, da quello culturale a quello ideologico.
Per un Israele potente e armato, non esiste alcuna Intifada: la storia non si fa con i “se” e con i “ma”.
E’ una lotta continua quella che testimonia il documentario della regista Julia Bacha, presente all’anteprima italiana al cinema Farnese di Roma, insieme ad altri protagonisti della stessa pellicola come Abdallhah Abu Rahme, del villaggio di Bilin, leader dei comitati popolari per la resistenza non violenta, uscito dal carcere qualche mese fa dopo essere stato condannato a diciotto mesi di reclusione (ha ottenuto la scarcerazione grazie a Catherine Ashton, ministra degli esteri per l’Unione Europea, la quale ne ha chiesto la liberazione chiamandolo “difensore dei diritti umani”). E poi ancora come Luisa Morgantini, esponente di spicco di un’associazione per la pace, che ha moderato l’intervento degli altri due ospiti introducendo le loro personalità ed esortando il pubblico in sala, “attivista e pacifista”, a continuare ad interessarsi all’eterno scontro presente in Medio Oriente che prende il nome di guerra arabo-israeliana.
Il documentario in sé per sé ha una costruzione spicciola, quasi casereccia. La bellezza che esso porta al suo interno è data dai volti degli intervistati, dalle rughe d’espressione dei visi di Budrus che sono come ragnatele sui muri di una casa che invecchia, gonfia di rabbia per non avere grandi possibilità contro chi l’abbatte senza farsi scrupoli.
La rivolta pacifica messa in atto dagli abitanti del villaggio palestinese è esemplificativa non solo della determinazione di ogni guerra non violenta, e in tal senso Gandhi docet, ma anche della volontà di partecipazione attiva alla vita pubblica e politica da parte delle donne, le quali, sottoposte al genere maschile fin dalle radici della cultura araba e musulmana, si alzano in piedi per far sentire la loro protesta laddove questo possa aiutare a difendere la propria matrice etnica e gli stessi simboli (gli ulivi) di un’esistenza che sì, ha il minimo, ma è sempre un minimo che può bastare.
Un grande insegnamento dalle piccole cose: queste donne velate, che squarciano ogni velo di velleità femminile, di voluttà, di tensione all’apparenza estetica imperante in occidente, sorridono di fronte alla telecamera con i loro difetti, in alcuni casi i loro denti guasti, in altri, i segni di un’acne giovanile che in un posto come Budrus non può essere curata, e ci danno uno schiaffo morale su cosa significa impegnarsi in nome del proprio popolo, della propria dignità, della propria libertà.
Vicino a Gaza Hospital, il recente documentario di Marco Pasquini, Budrus irrompe come un fiume in piena nell’arco visivo di chi è seduto dalla parte degli spettatori. Nessuna storia romanzata, nessun amore che affronta peripezie per poi giungere al lieto fine, nessuna bellezza, maschile e/o femminile, che spacca l’obiettivo per imprimersi nel guinness dei primati dei click in internet sotto la ricerca “il/la più sexy del momento”. Quello che c’è è il senso del vero, di un vero che va accolto con spirito critico e riflessione acuta, ma che purtroppo la nostra impotenza non permette di cambiare.
(Budrus) Regia: Julia Bacha; soggetto: Julia Bacha; montaggio: Geeta Gandbhir, Julia Bacha; musica: Kareem Roustom; interpreti, reali: Ayed Morrar, Iltezam Morrar, Kobi Snitz, Ahmed Awwad, Yasmine Levy, Doron Spielman; produzione: Ronit Avni, Julia Bacha, Rula Salameh; distribuzione: Rilasciando balcone, Typecast Rilasciando; origine: Israele, territorio palestinese occupato, Stati Uniti; durata: 70’; web info: http://www.justvision.org/budrus
