Caccia Spietata

Il ‘duello’ ha rappresentato da sempre uno dei momenti più profondamente legati all’arte cinematografica. Quell’attimo culminante della drammaturgia che dona il senso all’opera e su cui si misura, in sostanza, la tensione profonda della stessa. D’altronde come non pensare al rapporto dialettico campo/controcampo in termini di vera e propria allegoria dell’incontro-scontro tra due diverse entità?
Sfruttato negli anni in ogni sua forma o mutazione (da quello tumultuoso di I duellanti a quello epico della filmografia peckinpiana, dalla versione psicologica di Mann alla mutazione nel ‘triello’ di Leone o Tarantino), il duello entra in Caccia spietata dalla porta secondaria divenendo con il passare dei minuti il vero ed unico motore della narrazione; il punto verso cui cammina inesorabile non solo il tempo diegetico ma anche il cronometro dello spettatore. Quello a cui assistiamo all’inizio del film è in realtà un surrogato dello scontro vero e proprio, semplicemente una caccia all’uomo che oltre ad essere cruenta e spietata (come recita la traduzione italiana del titolo) risulta, in un difetto di cavalleria, anche impari. Con il passare dei minuti e con la progressiva emersione dei fatti scatenanti l’inseguimento, questa iniziale caccia muta profondamente il proprio aspetto sbaragliando ogni ostacolo fisico e visivo frapposto tra i due contendenti e lasciando loro (e solo a loro) nient’altro che un campo di battaglia, svuotato di ogni inutile orpello e sul quale finalmente è possibile portare in scena l’atto finale.
Una preparazione costante e a volte anche un poco scialba, tutta tesa ad una vertiginosa, emozionante e per certi tratti anche inaspettata ascesa finale. Così potremmo riassumere l’opera d’esordio di un regista, David Von Ancken che prima di questa sua opera non aveva prodotto altro che un cortometraggio di successo e numerosi episodi di importanti serial televisivi statunitensi (The shield, CSI: NY, Cold case, Numb3rs). A dispetto della sua apparente inesperienza è opportuno sottolineare, però, come emergano sin da questo primo titolo le indiscutibili capacità del giovane autore; capacità che oltretutto non sembrano risentire particolarmente di questa sua precedente formazione. Se c’è un merito che va riconosciuto a von Ancken è proprio quello di sapersi rapidamente affrancare dai dettami televisivi e confrontarsi senza paure con le peculiarità del lungometraggio. Questo suo atteggiamento è riassumibile espressamente nella coraggiosa scelta di rinunciare per lunghi tratti del film ad una pronunciata verbosità, cifra stilistica tipica del prodotto televisivo classico, in favore di una colonna sonora fatta di lamenti, rumori (dell’uomo e della natura) e silenzio. Questa personale ricerca del regista viene oltremodo corroborata dalla suggestiva fotografia del premio Oscar John Toll (Braveheart), anch’essa più vibrante nei tratti conclusivi dell’opera, e dalla bravura dei due attori protagonisti: il solito Liam Neeson nei panni di un ex-militare sudista il cui unico motivo di vita è la cattura del responsabile dello sterminio della propria famiglia e un sorprendente Pierce Brosnan, responsabile dell’eccidio, qui alle prese con l’interpretazione di un uomo irsuto, leggermente appesantito e perennemente in fuga (sono lontani i tempi di Bond!). Per i due la guerra civile che il paese si è lasciato da poco alle spalle non è ancora finita ma è destinata ad espandersi nelle rispettive lacerazioni interne, in maniera diversa e senza più un uniforme a fregiare e giustificare le azioni più cruente da loro compiute.
Sulla scia della irrefrenabile metamorfosi abbattutasi sul genere western ormai da qualche anno, l’opera di Von Ancken contribuisce con la sua atipicità al processo di riscrittura in atto, pur non riuscendo mai a raggiungere gli ottimi risultati di esempi recenti e significativi come L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford o Le tre sepolture. Il punto di forza di questa opera prima è l’intensa seconda parte, in cui l’assottigliamento progressivo delle distanze e delle barriere tra i due protagonisti riesce ad accrescere sensibilmente le loro emozioni e l’affiliazione dello spettatore allo sviluppo narrativo. Questo graduale avvicinamento al duello finale si risolve visivamente in una costante mutazione del paesaggio presente nel film. Al ritmo dei passi dei due personaggi si dispiega dapprima uno sfondo nordico, freddo, in cui l’effetto ibernante del clima sembra tenere ‘bloccata’ la drammaturgia e l’attenzione dello spettatore (tutta la prima parte) e poi uno sfondo sempre più torrido e afoso alla cui minaccia reagisce il film stesso, ora effettivamente più ‘sciolto’, più caldo con un dialogo più accattivante e con una narrazione che lascia spazio sul finire anche ad una serie di trovate interessanti. Come la doppia visione vagamente allucinatoria dell’indiano e della donna, vissuta sul loro cammino dal fuggiasco Brosnan e dall’inseguitore Neeson nell’attimo precedente al loro duello. Un doppio incontro simbolico e suggestivo che, nel paesaggio surreale di un deserto arido, cancella ogni minimo residuo rimasto intorno ai personaggi (via la scenografia, via i cavalli e via anche l’acqua) e consente loro finalmente di compiere un destino già scritto (tramite la ritualità del baratto). Non ci si può più esimere dallo scontro finale quindi, tutti gli avvenimenti che anticipano l’accaduto perderebbero improvvisamente il senso se non si arrivasse diritti in questo atteso epilogo. E allora non rimane che ristabilire le regole cavalleresche del duello e permettere così alla storia di avere la sua naturale evoluzione. Dettata però, nella sua essenza, dallo stile forte e deciso della Icon, la famosa società di Mel Gibson che ha prodotto l’opera e della quale si sente forte il peso nella risoluzione assolutamente moralistica subita da una vicenda in cui la decadenza del sentimento di vendetta è inversamente proporzionale al messaggio pacifista, e soprattutto in cui l’effetto catartico finale può essere raggiunto solo dopo un cammino precedente fatto di sofferenza e di dolore fisico.
Fine delle ostilità, il sipario scende sull’eterna rivalità dei due nemici non senza passare per un accenno di patetismo. Le armi rimangono sul campo e i due scompaiono in dissolvenza, risucchiati dall’intimità di quel paesaggio che li ha voluti protagonisti.
(Seraphim Falls); Regia: David Von Ancken; sceneggiatura: David Von Ancken, Abby Everett Jaques; fotografia: John Toll; montaggio: Conrad Buff; interpreti: Liam Neeson (Carver), Pierce Brosnan (Gideon), Anjelica Huston (Madame Louise), Michael Wincott (Hayes); produzione: Icon Productions; distribuzione: Eagle Pictures
