Cannes 2008 - Concorso - La frontière de l’aube

Dopo aver visto La frontière de l’aube non si può che rimanere fortemente perplessi. Lo si è durante la proiezione e lo si è ancor di più appena usciti dalla sala. Dopo Les Amants Réguliers, dal regista francese ci aspettavamo un film che potesse almeno avvicinarsi alla profondità contenutistica e al fascino espressivo di quell’opera, ma così non è stato. La prima domanda che ci si pone è: perché Garrel ha realizzato un film di questo genere? Il quesito non è di facile risposta. Non si può infatti comprendere fino in fondo gli intenti dell’autore.
Con questo assunto non si vuole condurre una stroncatura netta della pellicola, ma semplicemente cercare di esprimere il senso di spiazzamento che si prova a proiezione conclusa. Questo sentimento non è certo indotto dalla noia che ha assalito il pubblico mentre le immagini in bianco e nero del film passavano sullo schermo – saremmo ingenui e criticamente infantili nel dire una cosa del genere –, ma ci è indotto dal muro insormontabile che ci si trova davanti nel tentativo di indagare un significato dietro alle stesse immagini.
Innanzitutto bisogna dire che La frontière de l’aube non è un film semplice. Tutt’altro. Una sola visione dell’opera non basta per costruirne un’analisi completa. Il film è ricco di sottotesti, sia stilistici che tematici, e non tutti decifrabili immediatamente. Philippe Garrel dà vita ad un’opera che formalmente e narrativamente appare nell’immediato come una rielaborazione del cinema muto. Lo splendido bianco e nero che plasma la realtà ricorda i toni chiaroscurali dei film di von Stroheim o di Vidor ed anche la narrazione costruita ellitticamente riporta alla mente la struttura narrativa delle grandi opere d’inizio secolo. Questo aspetto rende La frontière de l’aube nei primi minuti un prodotto interessante. Ma purtroppo ne vengono immediatamente alla luce i limiti. Se è innegabile la bellezza delle sfumature cromatiche dell’atmosfera, allo stesso modo lo è l’impalpabilità della realtà di cui esse sono il mezzo rappresentativo. Anche Coppola con Un’altra giovinezza aveva tentato un’operazione simile. Ma se mettiamo a confronto le due opere, risulta evidente l’enorme distanza che le divide.
Il regista americano infatti era riuscito a dare alla sua opera una potenza visiva che da tempo non si vedeva al cinema, riuscendo a dare ai volti dei personaggi una concretezza tattile e scultorea, ed aveva sviluppato un discorso metacinematografico che trovava il suo corrispondente contenutistico nell’analisi sul linguaggio che stava alla base dell’opera. Il film di Garrel appare invece vuoto, senz’anima, privo di ogni finalità. L’impianto formale della pellicola stenta nel far arrivare allo spettatore la complessità del suo fondamento di rielaborazione stilistica e risulta fine a stesso.
Ciò che sorprende maggiormente è il fatto che ci siano volute tre teste (Philippe Garrel, Marc Cholodenko, Arlette Langmann) per riuscire a realizzare una sceneggiatura così piatta ed inconsistente tanto da offuscare completamente il tentativo di discorso metacinematografico. In più, se la tormentata storia d’amore tra l’attrice Laura Smet ed il fotografo Louis Garrel nella prima parte non irrita più di tanto, nella seconda, invece, quando il film si situa in un’atmosfera quasi surrealista, cade nel ridicolo e suscita risate involontariamente.
Se a tutto ciò aggiungiamo un finale che rafforza ancor di più la nostra confusione nel giudicare l’opera, è giusto continuarsi a chiedere: Garrel, perché?
(La frontière de l’aube); Regia: Philippe Garrel; sceneggiatura: Philippe Garrel, Marc Cholodenko, Arlette Langmann; montaggio: Yann Dedet; fotografia: William Lubtchansky; interpreti: Louis Garrel (François), Laura Smet (Carole), Clémentine Poidatz (Eve); produzione: Rectangle Productions, Studiourania; distribuzione: Les Films du Losange; origine: Francia 2008; durata: 116’.
