Cannes 2010 - Chatroom - Un certain regard

Viviamo in una società alienante. Una società in cui i rapporti umani si riducono spesso a brevi appunti su di uno schermo, poche lettere battute su di una tastiera. I nostri bisogni, le nostre paure e desideri, il nostro stesso io ridotti a banali slogan, brevi frasi perse nell’etere. Le Chatroom di Hideo Nakata sono la trasfigurazione di queste vuote realtà virtuali.
In quell’estremo oriente in cui competitività ed educazione hanno trasformato intere generazioni di giovani in automi isolati e alienati, l’urgenza di raccontare storie di solitudini, di telefoni che non squillano, di vuoti e silenzi è sempre stata primaria. Ora, anche nel nostro solare occidente, si affaccia l’ombra di queste striscianti piaghe sociali. Le stanze rappresentate da Nakata altro non sono che gli spazi, sottratti alla realtà, che i giovani si ritagliano lì dove nessuno può controllarli o umiliarli. Le difficili relazioni sociali, l’assenza di un vero rapporto con la famiglia o gli amici, la solitudine trova un’effimera soluzione in una vita virtuale. I protagonisti di Nakata infatti, presi nelle loro esistenze quotidiane, sono giovani silenziosi e spenti, le cui grigie giornate vengono riempite solamente dall’assordante rumore del silenzio. Pochissime le parole, nullo o quasi il contatto umano, fisico, se non sotto forma di rancorosa violenza. Quella violenza e quel rancore che marciscono gli animi, inacidiscono le menti, provocando un irrefrenabile desiderio di vendetta. Un vendetta verso il mondi intero, così ostile e nemico. Una vendetta verso i genitori, gli amici, gli amori, assenti. Una vendetta impraticabile nella realtà, ma possibile, forse, nel mondo virtuale.
Chatroom è però un’opera dalle importanti premesse ma fiacca nella narrazione e nella messa in scena. Sin dalla posizione di William, inginocchiato sulla sedia col il volto chinato e le mani giunte fra le gambe, appare evidente la volontà di Nakata di rifarsi, seppure in modo molto addolcito, a Death Note, manga da cui lo stesso regista ha tratto un film (Deathnote: L change the world) che ripropone, in chiave cupa e gotica, le stesse problematiche. Lontano però dall’atmosfera plumbea del fumetto, dagli angosciosi kierie, i colori e le immagini di Chatroom perdono di efficacia diventando una sorta di banale teen movie. I personaggi infatti, pur avendo le caratteristiche tipiche dei giovani alienati e soli, mancano di profondità e di quella gelida aura che rende Light e compagni inquietanti maschere della nostra epoca. Anche la maestria di Nakata nel ricreare situazioni di tensione e paura, evidente in film come Ring e Dark Water, sembra sparire nelle stanze di Chatroom. Tutto la forza, il dolore, il pathos presente nelle pellicole made in Japan sembra svanito, sostituito da un colorito teen drama. Restano ovviamente le chatroom con le loro regole, i loro firewall, i loro privilegi, genialmente rappresentate in camere tutte diverse fra loro, con i nomi disegnati sulle porte e i citofoni alle pareti. Resta, ovviamente, la necessità di raccontare, anche da noi, di solitudini e paure, di alienazione e silenzio. Per ora però, per vedere il nostro triste futuro dobbiamo ancora specchiarci nelle pellicole dell’estremo oriente, nei loro angeli, nei loro demoni.
(Chatroom) Regia: Hideo Nakata; sceneggiatura: Enda Walsh; fotografia: Benoit Delhomme; montaggio: Masahiro Hirakubo; musica: Kenji Kawai; interpreti: Aaron Johnson (William), Imogen Poots (Eva), Matthew Beard (Jim), Hannah Murray (Emily); produzione: Ruby Films; origine: Inghilterra; durata: 97’.
