Cannes 2010 - Un homme qui crie - Concorso

L’uomo che grida del titolo è la metafora di un’umanità dominata dalla sofferenza e dall’inutile violenza della guerra. E’ il simbolo di quelle popolazioni distrutte dai costanti scontro armati, costrette a fare della paura il pane quotidiano, rassegnate prima o poi al dolore di una perdita; è l’anima di chi è legato alle sue radici culturali e alla propria patria, cosciente però che una vita migliore la potrà trovare solo fuori dai confini del proprio paese.
Dopo il bellissimo Daratt, vincitore del Gran Premio della Giuria a Venezia 2006, il regista Mahamat-Saleh Haroun torna a raccontare il suo paese, il Ciad, attraverso una storia commovente ed emozionante, ricca di umanità, di sentimenti, di senso sociale. Così come nel suo lavoro precedente, il regista descrive un rapporto padre-figlio, un rapporto che inevitabilmente viene segnato dai grandi e tragici eventi della guerra civile ciadiana. La scelta di Haroun però è quella focalizzarsi sulle vicende intime dei due protagonisti senza mai mostrare la guerra sullo schermo. Quest’ultima infatti viene raccontata di riflesso, dalle radio, dalle fughe di massa dalle città, dalle ferite ricevute negli scontri. Tutto si riflette nella piccola storia di Champ, ex campione di nuoto, e di suo figlio, tutti e due dipendenti di un lussuoso hotel e stretti da un legame indissolubile, da un amore vicendevolmente tradito ma mai negato, da un affetto che nasconde una sana rivalità.
L’autore indugia sui volti dei personaggi e sui paesaggi. Entrambi sullo schermo acquistano lo stesso valore: portano i segni delle proprie colpe e del dolore, sono luoghi di conflitti fisici ed interiori; appaiono distrutti, poveri, scarni. Questo stile spinge il film verso un incedere narrativo molto lento, compassato, fatto di tanti silenzi. Haroun opta per una regia quasi contemplativa, riflessiva, che ama tanto i primi piani quanto i campi lunghi, i movimenti di macchina sporchi e i campi fissi. Il ritmo bassissimo del racconto però non va considerato un difetto per il film. Esso infatti rientra nella cifra estremamente realistica dell’opera, perché è l’esatta riproposizione filmica del ritmo della vita di gran parte dei ciadiani, protagonisti di un’esistenza fatta di piccole soddisfazioni, di giornate interminabili, di una quotidianità ripetitiva. E’ anche per questo che, nella prima parte del racconto, non succede quasi nulla in Un homme qui crie. Dopo la descrizione dei personaggi e della precarietà del lavoro in Ciad, e dopo la presentazione indiretta della situazione in cui si trova il paese, le vicende si susseguono sostanzialmente sempre uguali e bisogna aspettare un’ora perché il film prenda una piega diversa e cominci a prendere ed emozionare. Si tratta dunque di un’opera di difficile fruizione, che va scavata con fatica per essere apprezzata. I venti minuti finali sono però cinema allo stato puro. Ed è lì che il film sprigiona forza visiva capace di commuovere e di far riflettere, di fare del proprio stile contenuto e messaggio. Le ultime inquadrature sono struggenti nella loro semplicità e nella loro poesia, dominate da un dolore inespresso, da un campo sonoro vuoto che si fa espressione di un intero paese. Un silenzio che dentro di sé grida forte (come l’uomo del titolo) e colpisce al cuore. Un silenzio che vale tutto il film.
(Un homme qui crie) Regia: Mahamat-Saleh Haroun; sceneggiatura: Mahamat-Saleh Haroun; fotografia: Laurent Brunet; montaggio: Marie-Hélène Dozo; suono: Dana Farzanehpour; interpreti: Youssouf Djaro, Diouc Koma, Emil Abossolo M’Bo, Hadjé Fatimé Ngoua; produzione: Pili Films, Entre Chien Et Loup, Goï-Goï Productions; distribuzione: Pyramide Distribution; origine: Ciad, Francia; durata: 92’.
