Capodanno a New York

’Tempus fugit’ è scritto sul quadrante di un orologio in una strada della Grande Mela, proprio al centro di un’insistita inquadratura, mentre sullo sfondo, per opposte direzioni, corrono i personaggi interpretati da Hilary Swank e Seth Meyers, tra loro sconosciuti, senza nemmeno lasciare che i propri sguardi riescano perlomeno ad incrociarsi.
Il Tempo vola quindi, mentre in tanti – tutti, forse - prima o poi si affanneranno a inseguirlo. La più grande e nota tra le verità, di certo banale per quanto è universalmente riconosciuta, quella legata all’unica coordinata che realmente domina le nostre esistenze: una tautologica affermazione, un modo di dire che però in realtà non è poi così esatto, giacché non sarebbe propriamente il tempo (categoria prettamente mentale) a scorrere, essendo al contrario più giusto affermare di come siano le persone, i corpi e gli oggetti a muoversi e a trasformarsi all’interno di esso, spegnendosi più o meno lentamente, con il tempo che rimane virtualmente e irrimediabilmente fermo e immobile, totalmente impassibile di fronte a certe umane e naturali pochezze. Quindi sarebbero solamente le persone e le cose a fuggire. Tramite questa visuale si sposterebbe l’attenzione da una dimensione assoluta ed esterna ad un più piccolo, umano ed esistenziale ordine di grandezza, procedendo dall’esteriorità fino a un approdo più naturale, verso il corpo più materiale, fin dentro la sua interiorità più intima, dove la prima dimensione diviene riflesso della seconda, e non viceversa, poiché non è il tempo a passare, bensì noi, trasformandoci passo dopo passo (più che subendo tale trasformazione come dall’esterno).
La pellicola di Garry Marshall, al contrario, sembra adagiarsi maggiormente sulla dimensione di intervento da parte di una fantomatica forza proveniente dall’esterno, soltanto in alcuni passi portando in primo piano la manifestazione più interiore del passare via (o dell’andare oltre, se si preferisce): sotto questo punto di vista si pensi più che altro a Tour dei proponimenti, l’episodio che vede protagonisti Zac Efron e Michelle Pfeiffer, quest’ultima nei panni di una segreteria decisa a realizzare in poche ore i sogni cui in tanti anni non è mai riuscita a dare vita.
Comunque è il tema del cambiamento il basso continuo che si sente in in Capodanno a New York, piccolo film attraversato da un movimento incessante e continuo: l’apice della frenesia della metropoli, nell’ultimo giorno e nell’ultima notte del 2011. E la dimensione orizzontale dello sviluppo temporale si accompagna con lo spazio verticale rappresentato da Manhattan. Tale ricercata verticalità segue un procedere dal basso verso l’alto quando con lo sguardo si percorrono i grattacieli newyorkese, pendant con l’opposto percorso che dall’alto si dirige verso il basso, ossia quello di un ipotetico calendario che venga letto dall’inizio alla fine. E questo spostamento dello sguardo, oltre che seguire la trasformazione di cose e persone, percorre i binari lungo i quali si sviluppa il reticolo all’interno del quale si muove l’intero film, un mosaico di vari episodi, di continuo l’un l’altro inframezzati, al fine di aumentare quel senso di coralità che viene espressa dal ricorso a un assai guarnito cast di nomi importanti; ovviamente attraverso la medesima modalità di messa in scena viene portato in primo piano il brulicare di vita a New York, alveare umano che presenta una smisurata mole di informazioni e relazioni sociali.
Idee non particolarmente speciali, quelle del film di Marshall, ma comunque anche un minimo interessanti. Però, al di là di qualche momento abbastanza felice, il profilo generale dell’opera, il suo sviluppo, non sa restituire quel dinamico equilibrio di scossoni emotivi e sensoriali che sarebbe stato lecito attendersi da un’operazione del genere, con la visuale puntata sull’incontro di tante vite nel loro farsi, nel loro divenire, qui divenute prigioniere di una struttura falsamente libera che, piuttosto, risulta essere un sistema narrativo totalmente coercitivo.
(New Year’s Eve); Regia: Garry Marshall; sceneggiatura: Katherine Fugate; fotografia: Charles Minsky; montaggio: Michael Tronick; musica: John Debney; interpreti: Halle Berry (Infermiera Aimee), Jessica Biel (Tess Byrne), Jon Bon Jovi (Jensen), Abigail Breslin (Hailey), Chris ’Ludacris’ Bridges (Brendan), Robert De Niro (Stan Harris), Josh Duhamel (Sam), Zac Efron (Paul), Hector Elizondo (Kominsky), Katherine Heigl (Laura Carrington), Ashton Kutcher (Randy), Seth Meyers (Griffin Byrne), Lea Michele (Elise), Sarah Jessica Parker (Kim), Michelle Pfeiffer (Ingrid), Til Schweiger (James Schwab), Hilary Swank (Claire Morgan), Sofia Vergara (Ava), Alyssa Milano (Infermiera Mindy), Carla Gugino (Spiritual Dr. Morriset), James Belushi (Soprintendente); produzione: Karz Entertainment, New Line Cinema, Rice Films, New York Streets Film Projects; distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia; origine: USA, 2011; durata: 118’; web info: sito ufficiale.
