Cartas de guerra (Concorso)

Il progetto del regista Ivo Ferreira, autore fin qui di cortometraggi e documentari e di un solo film di finzione risalente al 2009, è originale e ardito: ricavare un film da un testo “letterario” consistente esclusivamente di lettere dal fronte di un soldato alla propria moglie rimasta in patria, incinta, in attesa del loro primo figlio. Sono le lettere inviate dall’Angola da António Lobo Antunes, forse lo scrittore portoghese più famoso dopo José Saramago. Antunes, nato nel 1942, conclusi gli studi di medicina, parte per l’Angola con l’esercito portoghese a combattere i guerriglieri che lottano per l’indipendenza, una guerra durata più di un decennio che si concluderà soltanto con la rivoluzione dei garofani del 1974, quando verrà sancita la decolonizzazione. Si tratta di testi che le figlie di Antunes hanno messo a disposizione solo all’indomani della morte della madre e che lo scrittore ha pubblicato con un titolo molto lungo nel 2005 (e che sono state tradotte in Italia da Feltrinelli nel 2009 con un titolo abbreviato che è poi lo stesso titolo del film: Lettere dalla guerra).
Quando parte per l’Africa Antunes non ha ancora pubblicato niente; si può dire che diventi scrittore proprio in quegli anni, “grazie” alla guerra, che sarà poi un argomento ricorrente dei suoi numerosi romanzi. Assistiamo infatti durante il film non solo materialmente alla stesura delle lettere, ma anche alla scrittura di quello che diventerà poi il suo primo romanzo Memória de elefante che uscirà solo nel 1979 che nella “finzione” il futuro scrittore consegna in lettura al proprio capitano, illuminato almeno quanto lui. Impresa ardita, si diceva, e – va aggiunto - anche faticosa per lo spettatore non lusitanofono perché la scelta del regista consiste nel leggere per lo più con la voce off della destinataria – la moglie – le lettere ricevute dal fronte (solo di rado ascoltiamo invece la voce del mittente), e lo spettatore si deve sorbire una dose davvero massiccia di sottotitoli per decifrare ciò che viene letto. Sono romanticissime lettere d’amore quelle che lo scrittore/soldato/medico scrive alla moglie, qua e là un po’ ripetitive, un po’ logorroiche, strazianti di nostalgia e di desiderio che, da un certo momento in poi, lo spettatore finisce per seguire con minore attenzione, proprio perché il valore aggiunto di ogni film, ma in particolare di questo film sono le immagini. Ferreira gira innanzitutto in un nitido bianco e nero e le sue immagini sono di assoluta perfezione formale, ogni tanto si avverte il rischio di trovarsi di fronte a un esercizio di stile, leggermente compiaciuto. Il regista fa uso di infiniti carrelli laterali, numerose dissolvenze incrociate, presenta inquadrature studiatissime con riflessi nel fuoco, nell’acqua, nel sole etc. con una marcata attenzione sui volti e sui corpi, soprattutto del bellissimo protagonista, interpretato da Miguel Nunes, che, a dire il vero, per essere in guerra non ha mai un capello davvero fuori posto e stante anche il bianco e nero un po’ flou talvolta sembra uscito dritto dritto dalla pubblicità di un profumo. Fatta eccezione per questi eccessi di stilizzazione, il film riesce bene a raccontare la guerra di posizione/di trincea in alcune sue componenti tipologiche che troviamo del resto in tutti i capolavori del genere da Niente di nuovo sul fronte occidentale fino a Orizzonti di gloria, dunque: la noia, l’attesa, il cameratismo, le distrazioni del fronte (le carte, gli scacchi, le canzoni, il varieté, il cinema), la maledizione della guerra che abbrutisce e animalizza gli individui, la paura, benché per gli standard di un film di guerra (o anche solo di guerriglia) si vedono davvero poche scaramucce, quantunque poi lo spettatore sia comunque portato costantemente a immaginare che qualcosa possa succedere da un momento all’altro, magari non al protagonista che sappiamo comunque tornato sano e salvo in patria. In compenso, trattandosi di guerra coloniale, una certa attenzione – seppur, anche qui, non troppo marcata – è posta sullo scontro interculturale fra la “civiltà” portoghese e alcuni personaggi locali e i riti arcaici, di vita e di morte, delle popolazioni angolane. _ Complessivamente si tratta di un buon film che potrebbe in piena legittimità ambire a un premio tecnico – per esempio: migliore fotografia – o al premio Alfred Bauer che a Berlino si dà a pellicole che aprono nuove strade.
(Cartas de guerra); Regia: Ivo Ferreira; sceneggiatura: Ivo Ferreira, Edgar Medina; fotografia: João Ribeiro; interpreti: Miguel Nunes, Ricardo Pereira, Tiago Aldeia, Margarida Vila-Nova; produzione: O Som E A Fúria; origine: Portogallo, 2016
