Cellophone&Trippe - la musica ‘nt’a barca du be bop wino

C’è ancora qualcosa che si riesce a smuovere, sfrondando la galassia di suoni composta da Creuza De Ma. E sono nuove ricette, nuovi percorsi di antichi esploratori, e nuovi suoni. I Liguri ad esempio. A Tabarca, in Tunisia, nella costa ancora dominata dallo sguardo solare ed estremo del Castello dei Genovesi, e una loro fortezza è anche in Ucraina.
Da Genova-Pegli a Tabarca (ta barca vuol dire la barca nell’idioma ligure) all’Isola di San Pietro, i genovesi costruirono le fondamenta di Carloforte al largo della costa Sulcis-Iglesiente (Carbonia-Iglesias); e non è solo pensando a Julio Iglesias che si trovano tracce di questo percorso fino alla Spagna, ma effettivamente da Tabarca i Liguri si spostarono anche verso le coste della Spagna, sotto Alicante, nell’isola che ribattezzarono Nuova Tabarca. Ma lì la loro storia si ferma e diventa di dominio catalano e valenciano, un po’ come la Nuova Storia cominciata con l’approdo di Cristoforo Colombo, là dove la geografia è la storia di una nuova vita.
Creuza De Ma è insomma un disco scritto in dialetto ligure coloniale, probabilmente tabarchino. E’ la storia di un girotondo marittimo triangolato in 810 anni tra Genova, Tabarca e Carloforte; un aneddoto favolistico di quando il Mediterraneo per intero dalle Colonne D’Ercole al Bosforo parlava la lingua di Genova, della Repubblica Marinara di Genova (1005-1815). E’ la voce della storia di tre grandi famiglie genovesi, i Lomellini, i Doria e i Grimaldi, quest’ultimi stabilitisi nel Principato di Monaco che governano per discendenza da ottocento anni - ma anche qui, decisamente senza più collegamenti con Genova, vide la luce una nuova storia.
Sono però proprio queste tre nuove storie a non essere interessanti ora, se quello che conta è il canto delle onde del mare della superbia e dei suoi sapori, da Carloforte e la cucina tabarchina, agli involtini di trippa d’agnello al salame di trippa o trippa di Moncalieri, restando nell’ordine dei sapori italiani meno conosciuti.
Ed è proprio attorno a questi antichi sapori tipo la trippa di tonno, i chiumbarieddi, gnemmarieddhri, o involtini bianchi di trippa di Locorotondo (gnumméredde suffuchéte) che, se vedendo una squadra di trallaleri intonare il tradizionale canto polifonico genovese è possibile intravedere un huddle polifonico analogo, sardo, siciliano, salentino, padano (qualunque cosa significhi), non è possibile invece scorgere nemmeno lontanamente la vera ragione per cui in classifica si sia fatto largo il doo whop dei Platters (1956) sdrammatizzato dai Rivingtons nel 1962 e ripensato dai Trashmen nel ’63 sul sentiero che porterà ai Cramps e ai Ramones, solo per dire di una delle danze e dei canti folkloristici afroamericani resi celebri nel mondo, e non il trallallero, appunto.
Quando nel 1881 Joel Chandler Harris cominciò a raccogliere in forma di novelle le storie di Uncle Remus, cominciava a essere chiara l’idea di un fondatore americano mitologico e perdente ricalcato sulla leggenda di Romolo e Remo che secondo alcune fonti si contesero la fondazione della Città Eterna.
Allora vinse Romolo la contesa, secondo le medesime fonti, esattamente come a perdere molto tempo dopo nella mitologia dell’origine della cultura americana contemporanea - sempre ammesso che tra i due ci fu una contesa leggendaria - fu Uncle Remus nei confronti della controparte bianca (lo Zio Sam, si sa).
Ma se Uncle Remus finisce tra le labbra di una canzone di Frank Zappa (unanimemente non ancora riconosciuto come l’apripista della zona mista tra rock e jazz; che cantò il gumbo, piatto povero cajun, di New Orleans, come nessuno ha mai cantato la bobba tabarkina con altrettanta perentoria autorevolezza metaphonica, prima di Creuza De Ma), o in un suo testo, e nell’album che tra i suoi ha avuto il maggior successo di vendite (sarà mica stato decisivo, Jack Bruce, dei Cream?), allora potrebbe cominciare a essere chiara anche una seconda idea. Uncle Remus è il Mediterraneo e la sua cultura, che confluisce nella nuova cultura americana. Esattamente come le onde, il sale e il sangue del mediterraneo (le origini di Frank Zappa si perdono tra Italia, Francia, Grecia e Libano) confluiscono nelle vene di Fank Zappa. Esattamente come Remo vive nel corpo di Romolo e assieme nel perimetro di Roma - ma solo per mano di Romolo. Esattamente come Uncle Remus e Uncle Sam sono l’icona di una mescolanza, tra una supremazia e una sottomissione, entro i confini americani - ma per mano di entrambi. Ed esattamente come il trallallero che confluisce per metamorfosi storiche nella tradizione e nella cultura musicale americana (il doo whop per veloce analogia, ma si possono tentare altre comparazioni, senza dubbio) e scompare senza lasciare traccia.
E, sì, in questo caso proprio come Remo, però. E Frank Zappa si rivolge alla vecchia cultura europea da americano, senza lasciare scampo, facendo intendere che ora la faccenda è solo americana, uccidendo anche lui in traslazione Remo, anche se questo rivive incarnato nelle sue vene col sangue delle sue origini, riconoscendo solo la controparte aggiornata del mito. Quella di Uncle Remus, con cui dialogare e a cui riconoscere un ruolo perdente e soffocato, marginale ed emarginato nella creazione di successivi e ulteriori miti. Quello dei neri d’America, in particolare; e degli immigrati non solo in America in generale.
Con la differenza che Uncle Remus vive c’è e si vede. E’ sicuramente un’icona sciatta, povera, barbona, rispetto ad Uncle Sam, e deve sicuramente lottare più di ogni altro per essere umano con le minime cose. Ma ha la certezza di avere un ruolo non solo consanguineo, figurato, traslato o metaforico, ma certo e attivo nel manifesto della cultura americana.
