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Chained - Panorama

Pubblicato il 9 febbraio 2019 da Matteo Galli

VOTO:

Chained - Panorama

A pochi mesi di distanza dall’intenso Stripped, visto a Venezia nel 2018 e recensito per "Close Up" da Fabiana Sargentini, il regista israeliano presenta Chained, ossia “incatenato” all’interno della sezione “Panorama”. Si tratta del secondo capitolo della sua trilogia battezzata in inglese “The Love Trilogy”, Anche questo film, come il precedente e il successivo (che si intitolerà Reborn e che sarà pronto fra pochissimo), si avvale di attori non professionisti, di molta improvvisazione, molto dialogo e molti ambienti chiusi. Il protagonista di Chained è Rashi, un corpulento poliziotto, che fin dalle primissime scene si comporta in modo tale da guadagnarsi, tutto sommato, una certa simpatia da parte del pubblico: incastra e arresta un orrendo padre manesco che ha malmenato il proprio figlio chiudendolo poi a chiave nel bagno, è un marito e padre (scopriremo in realtà più avanti: patrigno) amorevole, sostiene con grande tenerezza la moglie quando i due vengono a sapere, tramite ecografia, che il bambino (feto) da lungo tempo atteso dopo poche settimane di gravidanza ha cessato di crescere e sta morendo costringendo la moglie a un cosiddetto raschiamento, psicologicamente molto devastante per entrambi, soprattutto per lei. Lo spettatore, insomma, è abbastanza dalla sua parte. Certamente è un uomo severo: quando intercetta un gruppo di adolescenti in un parco perché sono sospettati di spacciare droga, decide, anche in grazia del loro atteggiamento oppositivo, di condurli in commissariato e di farli denudare per vedere se nascondono qualcosa; quando la figliastra adolescente decide di provare a fare la modella, lui (non la madre) l’accompagna al casting ma le impone una serie (peraltro plausibile) di limitazioni, suscitando l’indignazione della ragazzina che lo detesta non riconoscendolo affatto come autorità paterna. Ed è proprio la ferma e pur corretta severità di Rashi, la sua sostanziale mancanza di flessibilità che fa rotolare all’improvviso la sua vita in un abisso, un’esistenza fin qui tutto sommato serena e, fatta salva la gravidanza mancata, risolta (ma i due ci riproveranno con l’inseminazione artificiale). Come da minacce in tempo reale (“caro poliziotto, lei non sa chi sono io”), uno dei ragazzi denudati racconta la cosa al padre, un papavero dei servizi segreti, il quale decide di far valere la propria autorità e di far mettere sotto accusa il povero poliziotto, che si ritrova in men che non si dica in aspettativa obbligatoria prima e agli arresti domiciliari poi con l’accusa di molestie sessuali, la situazione in famiglia degenera, al punto che la moglie lo prega di abbandonare il tetto coniugale per provare a ritrovare la calma con la figlia, costringendo quest’uomo grande e grosso a tornare a vivere con i genitori avanti con gli anni. Rashi mantiene per quanto possibile la calma, ma è evidente che tutto ciò che aveva costituito la sua identità è andato in pezzi. A un certo punto, sentendosi accerchiato e disperato, sbrocca, e sbrocca di brutto, in un finale distruttivo e autodistruttivo che, forse, ci saremmo augurati diverso. Perché fosse diverso, bisognava che Rashi fosse in grado di riprogrammarsi, di ripensare i suoi (certamente legittimi) valori, ma a quei valori il poliziotto è in tutto e per tutto incatenato, di qui il titolo (in originale il titolo significa “la mia tortura”). Grazie a dialoghi serratissimi (solo qua e là un po’ ripetitivi), il film regge molto bene il ritmo, la macchina da presa tallona i visi dei personaggi, senza peraltro muoversi troppo, talché il regista ha costruito il film tutto in sala montaggio con una numerosa serie di campi e controcampi. Di Tel Aviv, città dov’è ambientato il film, si vede pochissimo perché è quasi tutto, come si diceva, girato in interni. Gli attori, soprattutto il protagonista e la figliastra, sono piuttosto bravi. Lo spaccato della società israeliana, pur solamente alluso, lascia individuare qualche crepa nella legittimazione dell’autorità e non pochi soprusi latenti che provocano un effetto decisamente inquietante.


CAST & CREDITS

(Eynayim Sheli); Regia: Yaron Shani sceneggiatura:Yaron Shani ; fotografia: Łukasz Żal; montaggio: Jaroslaw Kaminski; interpreti: Joanna Kulig (Zula), Tomasz Kot (Wiktor), Borys Szyc (Kazmarec), Agata Kulesza (Irena), Cédric Kahn (Michel), Jeanne Balibar (Juliette); produzione: Apocalypso Pictures, BFI Film Fund, Film4 origine: Francia, Polonia, Inghilterra 2018; durata: 88’.


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