Charlie’s angels - Più che mai

Il problema nel recensire un film come Charlie’s Angels, più che mai risiede essenzialmente nella difficoltà di definire concretamente il reale target di pubblico cui l’opera vuole rivolgersi. Un problema, questo, di non facile soluzione che viene ulteriormente complicato dal fatto non certo secondario che tale pellicola, oltre ad essere il sequel di un’opera che aveva, precedentemente, incassato abbondantemente al botteghino è anche opera che trae ispirazione da una fonte preesistente: una serie televisiva che, a suo tempo, fu oggetto di un culto non ossessivo, ma di discreta persistenza mediatica. Il suo problema, quindi, non è solo la classica sindrome da sequel del “come rispettare le aspettative generate nel pubblico dal precedente episodio”, ma anche, e forse in misura decisamente maggiore “come operare quelle variazioni e quelli aggiustamenti di tiro che sono sempre alla base di ogni sequel, senza, per questo, arrivare a contraddire le premesse irrinunciabili della serie televisiva che assolve per il film la funzione di stampo e prototipo”. La questione, insomma, non risiede solo nella ovvia e necessaria esigenza di aggiornare il testo di partenza (un telefilm datato nel pieno fermento femminista degli anni ’70) per adeguarlo ad un contesto (il nuovo millennio) e ad una forma di espressione (il film) totalmente nuovi, quanto, piuttosto, risiede nel bisogno di ridisegnarsi una propria platea ideale e di definire un preciso rapporto con un proprio pubblico che è totalmente diverso da quello della serie. Proprio in virtù di questo bisogno di costruire il proprio “lettore” nel momento stesso in cui si definiscono in fieri le strategie di comunicazione del “testo”, il film in questione si rivela un’irrinunciabile cartina di tornasole per comprendere il livello di complicazione “polifonica” sempre più alto richiesto ad un qualsiasi film hollywoodiano. Di qui la costante preoccupazione metalinguistica che si maschera con l’ironia dello sberleffo e dell’ammiccamento, ma che rivela, a ben vedere, proprio la difficoltà di tenersi al passo con i tempi di fruizione sempre più rapida e differenziata del nuovo giovane spettatore. Ne deriva un trionfo citazionista che è spesso autoreferenziale (la presenza in scena di Kelly Le Broc: un ex angelo della serie televisiva con la precisa funzione di vero e proprio deus ex machina), ma è, ancor più spesso, metareferenziale con riferimenti precisi ad un variegato immaginario cinematografico (007 - ovviamente -, ma anche Cape Fear - nella versione Scorsese - Flashdance, Il Signore degli anelli: Le due torri e chi più ne ha più ne metta). Ma ne viene fuori anche e soprattutto un testo multiangolo che cavalca tutti i possibili generi rimanendo fedele solo ad un costante tono demenziale (alla Austin Powers, ma con meno genialità). Seguendo una logica a collage il film finisce per articolarsi in spezzoni del tutto autonomi l’uno rispetto all’altro come i diversi livelli di gioco di un videogame della Playstation, delle “parti” che vengono montate l’una accanto all’altra non sulla base di una vaga omogeneità stilistica, ma proprio in virtù della loro urtante disomogeneità. Si vede, da subito che la trama è un mero pretesto per un film di questo tipo, mentre a contare sono, più di ogni altra cosa, il ritmo e la tenuta spettacolare dell’insieme. Se lo spettatore acconsente a precipitare nel gorgo virtuosistico raoppresentato dal film, l’esperienza di questa visione può essere coinvolgente quanto superficiale, se, viceversa, egli rifiuta le premesse gli resta ben poco cui aggrapparsi per salvarsi dalla noia mortifera di una girandola sconclusionata di situazioni che superano abbondantemente i limiti dell’assurdo. Tra queste traiamo in salvo con piacere la sublime villain di Demi Moore, l’unico motivo reale per cui potrebbe valere la pena di vedere questo sequel divertente e ben ritmato, ma che da sempre l’impressione di girare a vuoto nel vento falso di un ventilatore da scena.
(Charlie’s Angels 2 - Full throttle); regia: Joseph McGinty Nichol; sceneggiatura: Cormac Wibberley, Marianne Wibberley, John August; fotografia: Russell Carpenter; montaggio: Wayne Wahrman; musica: Ed Shearmur; interpreti: Cameron Diaz, Drew Barrymore, Lucy Liu, Demi Moore; produzione: Drew Barrymore, Leonard Goldberg, Nancy Juvonen; origine: USA 2003; distribuzione: Columbia Tristar
[luglio 2003]
