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Il caso Kerenes

Pubblicato il 14 giugno 2013 da Matteo Galli
VOTO:


Il caso Kerenes

Il cliché sociale che siamo abituati a vedere nel cinema rumeno prevede: sottoproletariato, adolescenti difficili, ragazze madri, stranieri pazzi e suore con trascorsi lesbo. Assai raro vedersi confrontati con un ceto come quello che è al centro del solido film di Călin Peter Netzer (giunto al terzo lungometraggio), intitolato Il caso Kerenes. Qui si racconta, con brevi ma significative sequenze, la borghesia colta della capitale. Padre (Reli) chirurgo, madre (Cornelia, nome nient’affatto casuale, se pensate alla madre dei Gracchi, ci avete preso) architetto d’interni, figlio (Barbu) dottorando in chimica, case ben arredate, donna di servizio. Qualcosa sembrerebbe non filare a perfezione, è vero: la madre, invano, cerca di educare il figlio alle buone letture (le opere di Herta Müller e di Orhan Pamuk restano intonse nello scaffale) e, soprattutto, c’è la futura nuora (Carmen, vabbè), che alla signora Cornelia non riesce proprio ad andar giù: ha come fardello un figlio a carico, manovra Barbu a suo piacimento, ha un effetto negativo sulla sua meravigliosa creatura. E Gianna Nannini non tarda ad arrivare, perché alla festa di compleanno la signora balla e canta (in italiano!) al ritmo di quella canzone (la ritroveremo anche nei titoli di coda). Ma non pensate che la signora sia dedita solo alle danze e alle canzonette (come la Gloria del film cileno); al pomeriggio va a sentirsi le prove generali dell’Elisir d’amore e la dichiarazione di Nemorino: “Domani m’amerà” è, come dire, tutto un programma. Perché il film tratta proprio di questo: dell’amore mai scoppiato da parte del figlio – un marcantonio un po’ catatonico e sovrappeso - nei confronti della madre e della caparbietà, della tenacia con cui la madre si batte per ottenerlo e per ottenere quel che ritiene sia il suo bene. Figlio anaffettivo o madre iperprotettiva? Forse entrambe le cose. Fatto sta che il caso fornisce a Cornelia un’ottima occasione per dimostrare al giovanotto tutto il bene di questo mondo; superando di gran lunga i limiti di velocità consentiti Barbu investe un bambino e lo uccide – e la madre mette in moto una macchina da guerra fatta di appoggi, conoscenze, corruzione, intrighi per stornare il destino che sembra pendere sulla testa del figlio, ossia il carcere. Lo fa senza consultarlo, s’appropria - come s’intuisce ha sempre fatto - della sua vita, lo fa tornare a casa, lo re-infantilizza, s’introduce in casa sua e con un gesto che la dice lunga gli pulisce la vasca da bagno. Tutto a fin di bene, s’intende, ma la madre ha da tempo esaurito ogni forma di credito presso il figlio. Il film si muove su due piani: quello pratico-organizzativo e quello di dramma da camera sistemico-familiare, con molti dialoghi ben scritti fra i personaggi, fra i quali spicca quello, denso di rivelazioni, fra suocera e nuora. A unire questi due filoni della pellicola c’è la macchina da presa, sempre rigorosamente a mano, nervosissima, ma assolutamente funzionale a descrivere la deflagrazione di questo mondo borghese (già nella sequenza del compleanno che ricorda un po’ la scena del matrimonio nella prima parte di Melancholia). Resta solo accennata, invece, una componente latente per tutto il film, ossia la tensione interclassista, cui il film sembrava voler alludere: il bambino ucciso è figlio di povera gente che abita alla periferia di Bucarest. La luttuosa sequenza finale mette in scena il confronto fra Cornelia e il padre del bambino, una scena assai bella e toccante che non vira né verso il patetico né verso la violenza, costantemente dietro l’angolo.


CAST & CREDITS

(Pozitia Copilului); Regia: Călin Peter Netzer; sceneggiatura: Răzvan Rădulescu, Călin Peter Netzer; fotografia: Andrei Butica; montaggio: Dana Lucreția Bunescu; interpreti: Luminiţa Gheorghiu (Cornelia), Bogdan Dumitrache (Barbu), Nataşa Raab (Olga), Florin Zamfirescu (Aurelian), Ilinca Goia (Carmen); produzione: Parada Film, Bucarest; origine: Romania; durata: 112’.


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