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City Of Ghosts

Pubblicato il 19 giugno 2003 da Fabrizio Croce


City Of Ghosts

Il cinema americano sembra essere particolarmente legato alle storie di formazione con annessa morale edificante, dove l’amore può sempre salvarti la vita e anche i personaggi più ambigui si diluiscono nel rassicurante mare della redenzione. Matt Dillon inietta queste abusate tematiche nel genere noir e quello che risulta evidente fin dalle prime immagini di questo ennesimo - e non necessario - suo esordio registico, è proprio la distanza tra gli intenti quasi didascalici del racconto di formazione e l’intenzione di costruire delle atmosfere da thriller d’ambiente esotico. Sicuramente il primo aspetto è quello più congeniale alle corde di Dillon, e risulta quasi commovente lo sforzo che mette per cercare di far vibrare di emozione ogni momento del rapporto tra il giovane e audace Jimmy Cremmins e Marvin, il suo navigato maestro d’inganno e di vita, fino al drammatico (e prevedibilissimo) scioglimento finale. Ciò che proprio non riesce a far vibrare e a rendere avvincente è la vicenda che ruota intorno al mondo del truffe e a bande di trafficanti senza scrupoli, e lo straniamento che dovrebbe suscitare l’ambientazione in una Cambogia cartolinesca e priva di una propria luce, come se lo sguardo di Dillon si forse perso tra i vicoli sconosciuti di Phom Pehn e non ruscisse più a trovare la strada del ritorno. Curiosamente, però, i limiti di City of Ghosts rappresentano anche la ragione per cui, pur subendo sopra indifferentemente tutti i più scontati colpi di scena e le troppe e incongruenti svolte del racconto, si prova una strana empatia per il film. A un certo punto infatti si sente talmente tanto lo smarrimento del neo regista dentro quelle immagini che non sente come proprie e quel racconto di cui sembra saper gestire derive che potrebbero essere inquietanti, che si vorrebbe che il simpatico Dillon ritrovasse il bandolo della matassa e, soprattutto, sapesse trovare in quello sguardo sospeso tra strafottenza giovanile e malinconia per un’irrequietezza perduta, uno sguardo nel quale aveva così profondamente scrutato Gus Van Saint in Drugstore Cowboy, la forza generatrice e unificante di tutto un consumato immaginario e dei fantasmi che lo popolano (un Depardieu ormai ombra del suo imponente corpo, l’eterea e distante Natasha McElhone) o lo ripopolano (James Caan, anch’egli ormai proiezione dei desideri di un cinema scomparso). Insomma alla fine si sorride dell’happy end per famiglie - in un noir!? - con Jimmy che se ne va con la McEhlone e lascia i soldi al buon aiutante locale, ma l’affannoso, estenuante, faticoso inseguimento per trovare uno stile e una visione personali arrivando sempre o troppo presto o troppo tardi, lascia che l’indulgenza abbia la meglio sull’intrasigenza.

[giugno 2003]

Regia: Matt Dillon; sceneggiatura: Matt Dillon, Barry Gifford; fotografia: Jim Denault; musica: Tyler Bates; scenografia: David Brisbin; costumi: Moji Sangi; montaggio: Howard E.Smith; interpreti: Matt Dillon, James Caan, Natascha McElhone, Gerard Depardieu, Kem Sereyvuth, Stellan Skarsgard, Rose Byrne; produzione: Willie Bar, Michael Cerenzie, Oliver Granire; origine: USA 2002; distribuzione: Fandango

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