Clint a Cannes

Agli eventi speciali del Festival di Cannes, con gli accrediti stampa di colore giallo è quasi certo che non entri (le gerarchie cromatiche sono rigidissime: il giallo è il colore della stampa online, giallo come l’invidia per chi ha i rosa e i bianchi, potentissimi). E un evento unico, annunciato in mattinata su facebook, è la presenza di Clint Eastwood alla proiezione della versione restaurata di Unforgiven (Gli Spietati) nella rassegna Cannes Classics. Perciò mi apposto due ore prima delle 16:45, orario previsto d’inizio della “séance”, sotto il fresco sole della Riviera – la fulminea pioggia di ieri mattina ha riportato le temperature alle medie stagionali – nello spazio dedicato alla “Presse”, consapevole che a entrare con certezza saranno comunque le numerose “invitations” ottenute e ritirate non so come e non so dove. Faccio amicizia con un ragazzo belga che ammira il cinema italiano, anche quello attuale (conosce addirittura Michelangelo Frammartino, e gli faccio notare che in Italia è praticamente sconosciuto… Se ne stupisce, e mi confessa il suo grand amour per l’altro Michelangelo nostro, Antonioni); anche lui non è per niente sicuro di farcela, e già si medita insieme su quale proiezione ripiegare, nel caso. Invece, il miracolo: lo staff (non più in completo nocciola chiaro, ma, da quest’anno, in blu cerimonia) dopo una quarantina di persone fra stampa (bianca e rosa) e invitati, alza le sbarre anche a noi miseri mortali gialli. Io, che ero il primo della fila, a gran balzi monto le marches rouges e mi infilo incredulo sotto il metal detector all’ingresso (il timore di un attentato è altissimo, quest’anno del 70mo anniversario). Entro in sala. La Salle Debussy (e ogni volta che ci entro mi chiedo quanti dei cinefili e giornalisti accreditati, notoriamente entrambe due categorie di capre in fatto di musica classica, sappiano che Debussy è il compositore del Pomeriggio del fauno e de La Mer…), di capienza media rispetto all’enorme circo del Grand Théâtre Lumière (dove hanno luogo le proiezioni di Gala) essenzialmente riservata a Un Certain Regard, la rassegna più “autoriale” del Festival ufficiale. Sono dentro, dicevo, e mi approprio di un posto in prima fila laterale (al centro e a bordo palco si sono piazzati tutti i fotografi con i loro ingombranti armamentari), perché Clint me lo voglio vedere da vicino, fotografarlo col cellulare in lungo e in largo, e postarlo su facebook dove collezionerò (con Clint succede SEMPRE) quelle due centinaia di like che danno senso alla tua giornata, prima di affrontarne un’altra tutta da capo. La sala non è gremita, ma tutti i presenti, in ogni ordine di posti, sono lì per toccare con mano, o più semplicemente vedere con i propri occhi, l’unico regista vivente che possa indossare con disinvoltura la definizione di “mito”. È l’ora. Al centro della sala c’è una fila intera di posti riservata allo staff della Warner: su ognuno c’è incollato un foglio A4 con su stampigliato un nome. Pare incredibile leggere, sul più centrale, il suo nome: Clint Eastwood. Dunque sta per accadere davvero. Senza che nessuno dica niente, né che le luci si abbassino per preludere all’ingresso di Re Clint, cala su tutto e tutti un silenzio di sospesa aspettativa. Qualcuno osa spezzarlo fischiettando il tema morriconiano di Il Buono, il Brutto, il Cattivo: ottima idea per stemperare la tensione. Risatine, altri temini musicali (marcette western e altri motivi dai film più famosi di Sergio Leone), finché ordinatamente non si accomodano in sala tutti i membri della delegazione Warner, tranne LUI, zio Clint. Dalla prima fila è bellissimo godersi tutte quelle nuche voltate verso gli ingressi posteriori, in quel silenzio che trapela l’emozione dell’attesa collettiva dell’entrata della statua del Santo in chiesa come nelle feste popolari del nostro meridione (non so come mai, ma ho l’impressione che in Salle Debussy noi italiani siamo in maggioranza…). Dal palcoscenico arriva a distrarci, microfonata, la voce di Thierry Frémaux, direttore del Festival, che con understatement tutto francese (esiste un understatemente “tutto francese”, eccome se esiste, è inutile che fate finta di non crederci) ci invita a girarci tutti verso di lui perché “è qui sul palcoscenico che sta per succedere qualcosa!”… La gag va avanti ancora qualche minuto: Frémaux ringrazia la Warner USA e la Warner Francia, che hanno reso possibile questa eccezionale pomeridiana, continua a chiederci di dargli retta, finge di offendersi per l’attenzione distratta che in platea continuiamo a concedergli col corpo avvitato verso il retro sala, suscita ilarità composte e riesce, da impeccabile padron di casa, a intrattenerci con simpatia e diluire il pathos. Finché annuncia, finalmente, l’arrivo di Clint. Il quale è accolto dalla prevedibile ovazione in piedi, non sguaiata, però, anzi quasi intimidita dal suo incedere di Grande Vecchio, “qui con noi”, come dice Frémaux, “ma già in compagnia dei giganti del cinema americano come John Ford, Raoul Walsh, Howard Hawks e John Huston”. Resta sul palco solo pochi minuti: deve introdurre, come da programma, la proiezione de Gli Spietati, e ricorda come già ai tempi se ne parlava come quello che sarebbe dovuto essere il suo ultimo Western. “Ma c’è ancora tempo”, aggiunge, e l’applauso scroscia entusiasta, commosso, convinto che l’eternità sia possibile, anche in solo caso: il caso di Clint Eastwood. Ringrazia il Festival (Frémaux ha ricordato poco prima di quando fu invitato sulla Croisette come Presidente di Giuria) e la Francia, che considera la sua “seconda casa”. “Ma ora vediamo il film”, dice, e Frémaux, come già due anni fa alla proiezione cannense della versione restaurata di Vertigo di Hitchcock in presenza di Kim Nowak, dice: “Siete fortunati: potrete dire ai vostri figli e nipoti di aver visto The Unforgiven insieme a Clint Eastwood”…
