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Cloverfield

Pubblicato il 1 febbraio 2008 da Andrea Di Lorenzo


Cloverfield

Dopo numerosi mesi d’attesa spasmodica, finalmente esce anche in Italia Cloverfield, campione d’incassi ancora prima di essere proiettato nelle sale. Sì, perchè l’attesa per questo "nuovo fenomeno" è alle stelle e il ritorno economico sarà, senza ombra di dubbio, notevole.
Una sicura riuscita che è frutto in particolar modo di un’attenta campagna pubblicitaria, che ha fatto del non detto e del marketing virale (un tipo di marketing non convenzionale che sfrutta la capacità comunicativa di pochi soggetti interessati per trasmettere il messaggio ad un numero esponenziale di utenti finali, fonte Wikipedia) il suo cavallo di battaglia: numerosi sono stati i siti civetta attivati per l’occasione, così come innumerevoli sono stati i blog, le fanzine, i giornali, che si sono occupati continuamente di questo film che, all’uscita del primo trailer, non aveva nemmeno un titolo (il titolo finale deriva invece dalla strada di Santa Monica, luogo deputato a sede dalla Bad Robot durante la lavorazione del film). Molte, poi, sono state le illazioni circa la vera entità di questa pellicola, variabili da "è il tanto atteso film su Voltron" a "è il sequel di Godzilla", e via dicendo. Ovviamente, questo palleggio di informazioni e disinformazioni riguardanti Cloverfield da un lato all’altro del web, è stato un beneficio immenso per il nuovo prodotto di J. J. Abrams, rinomato produttore e creatore di serie quali Lost e Alias, che ha saputo vendere in maniera ottimale quella che potrebbe essere la sua gallina dalle uova d’oro del 2008 (costato "solo" 30 milioni di dollari, ne ha incassati più di 45 milioni nel solo primo weekend di screening americano). Insomma, a prima vista si potrebbe avere l’impressione che si parli di un caso simile a quello di The Blair Witch Project, un prodotto anche di scarsa qualità ottimamente venduto (o spinto, fate vobis) attraverso un enorme flusso pubblicitario veicolato attraverso Internet; ma non è così. A differenza di questo suo "predecessore" (con il quale condivide, sì, molte similitudini ma anche molte differenze) Cloverfield viaggia su un altro livello, sotto ogni punto di vista, e non solo perchè alle spalle ha un budget più cospicuo rispetto a quello della strega precedentemente citata.

Come primo passo specifichiamo una cosa: Cloverfield non è un film di mostri. Certo, c’è un mostro libero per Manhattan ed è grande, brutto e incazzoso, ma non è lui il centro del film. I veri protagonisti sono le vittime, quei ragazzi che per circa un’ora e mezza seguiamo nel loro peregrinare sull’isola di Manhattan nel tentativo di sfuggire al peggio. Il mostro, escluse un paio d’occasioni, è sempre in secondo piano, non assurge mai allo status di protagonista, nemmeno quando mastica uno degli attori principali! Questo aspetto non è casuale, è stato attentamente studiato a tavolino e regge tutto il progetto di Abrams: Cloverfield è una storia di sopravvivenza, egoismo, terrore, amore e disperazione, ambientata sullo sfondo di un contesto catastrofico che può essere letto in molteplici maniere (non ultima quella d’una allegoria terroristica), ripresa dal punto di vista dei più piccoli, della gente "normale", di chi subisce gli eventi e non il contrario, come spesso accade di vedere al cinema. Facciamo un esempio per spiegare meglio: in Godzilla di Roland Emmerich, il protagonista interpretato da Matthew Broderick non è semplicemente una vittima del modus agendi godzilliano, egli, in quanto specialista, è chiamato a risolvere la situazione; una posizione che, dunque, gli impedisce di "subire" il mostro (cosa che invece accade al cameraman Hank Azaria, quasi schiacciato da una zampona rettilea) e che, nel contempo, gli permette di agire sul mostro, attirandolo a sè per poterlo studiare meglio e poi sconfiggerlo. Cloverfield, invece, pone i propri protagonisti su un piano differente: essi non sono studiosi, scienziati, militari, eroi, sono persone normali, forse eroi nel loro piccolo, ma sempre persone comuni, magari intrappolate in un edificio che si trova sul punto di crollare oppure accodate alle masse di civili fatte sfollare dalla città; in loro è possibile riscontrare la passività di chi, trovandosi ad un livello B, subisce una situazione che si svolge ad un livello A e, dunque, gli sarà permesso di agire nel livello più basso d’appartenenza ma in nessun caso potranno intervenire in quello superiore, lo subiranno unicamente, rimanendo nell’ignoranza più totale. Ed è proprio l’ignoranza dei protagonisti (che automaticamente si trasforma in ignoranza degli spettatori) il punto cardine attorno al quale muove tutto l’impianto filmico-catastrofico di Cloverfield e, nel contempo, risulta essere il motivo per cui il film... "riesce". Spodestare il mostro dal consueto gradino più alto del podio non era impresa semplice, il rischio era quello di ricadere nei classici canoni del genere, proponendo un qualcosa già visto oppure un’opera mal formata, eppure alla fine Abrams e Reeves (il regista) ce l’hanno fatta, proponendo un film che non è certo un capolavoro ma nemmeno una fregatura. Cloverfield infatti ha sicuramente molti meriti ma, allo stesso tempo e insite negli stessi meriti, presenta anche delle pecche, derivate dalla scelta stilistica di cui abbiamo discusso finora.

In primis, il film ci è presentato come "reperto" amatoriale, girato totalmente in soggettiva attraverso l’occhio elettronico di una telecamerina (ritrovata in quel che fu Central Park) sempre, o quasi, nelle mani di uno dei protagonisti della vicenda (ma in realtà si è girato con ben altre macchine e metodologie, per l’esattezza la Panasonic HVX200 e la Sony F23 CineAlta HD, gestite da un team di operatori professionisti); la scelta, di per sè giustificabile, presenta l’evidente problema del "mal di mare cinematografico", fastidioso contrattempo che si presenta negli spettatori allorquando si esagera con i movimenti di macchina, come del resto accadeva anche in The Blair Witch Project.
In secundis, gli attori scelti per i ruoli principali sono tutti poco conosciuti (per noi italiani direi anche totalmente ignoti), questo per sottolineare la volontà di ricreare un senso di normalità (e dunque di realtà) degli eventi accaduti. Questa volontà si scontra però con un problema di "profondità" dei personaggi, che spesso risentono di una superficialità di carattere. Analizzando meglio questo problema, ci si rende però conto che la situazione non poteva essere rappresentata altrimenti: nel breve lasso di tempo proposto nel film (circa sette-otto ore "reali") e nelle situazioni mostrate, insistere troppo sulle personalità dei personaggi in scena sarebbe stato deleterio, minando in parte quella sottile costruzione ansiosa che sottende tutto il film, ricreata in particolar modo attraverso continui piani sequenza (intervallati a volte da scene precedentemente registrate sulla stessa cassetta e inerenti la love story di uno dei protagonisti, un espediente che permette da una parte di spezzare il ritmo e far rifiatare gli spettatori e, nel contempo, aiuta alcuni personaggi ad essere più "veri").
Infine, come non citare il mostro? Il buon Clover (simpatico vezzeggiativo donatogli dai suoi creatori) dopo un’attesa notevole, si presenta in tutta la sua mostruosa, furiosa e tremenda voracità e noi, colmi di curiosità impartitaci dai mezzi di comunicazione on-line, di fronte a cotanta visione, ci sentiamo decisamente delusi. Sarà per via di una originalità debole del bestio (e dei suoi parassiti; entrambi danno l’impressione del "già visto"), o sarà forse perchè quando il "mistero" viene scoperto una sorta di delusione da aspettativa c’è sempre, fatto stà che il vero nodo debole della catena sembrerebbe proprio quel non-protagonista di cui tanto si è atteso l’arrivo. In fondo, ciò che non si vede è ciò che più interessa (o fa paura).

Nonostante questi problemi, il film riesce comunque nel suo intento: spostando il punto di vista all’interno di un gruppo di sopravvissuti ad un attacco catastrofico, Abrams ci propone quella che può essere la rappresentazione più reale di un simile contesto soprattutto in un’era voyeuristica (dove i videofonini e Youtube imperversano) come quella odierna, colpendo emotivamente lo spettatore attraverso l’uso di una supposta verità ripresa dal vivo ed intrappolandolo in una situazione senza speranza da cui non vede l’ora di uscire. E visto che anche noi mai vorremmo che i nostri lettori lasciassero la pagina prima della conclusione dell’articolo, riconduncendo le fila di un discorso andato troppo per le lunghe, concludiamo con una citazione dal film che, a nostro avviso, presa in un’ottica larga (comprensiva del film, del marketing, del box office, etcetera), è adatta tanto a rispondere ai futuri fan quanto ai futuri (e presenti) detrattori: "Qualsiasi cosa sia... stà vincendo lui." Difficile provare il contrario.


CAST & CREDITS

(Cloverfield) Regia: Matt Reeves; soggetto: J. J. Abrams ; sceneggiatura: Drew Goddard; fotografia: Michael Bonvillain; montaggio: Kevin Stitt; scenografia: Martin Whist; costumi: Ellen Mirojnick; interpreti: Lizzy Caplan (Marlena), Jessica Lucas (Lily), T. J. Miller (Hud), Michael Stahl-David (Rob), Mike Vogel (Jason), Odette Yustman (Beth); produzione: J. J. Abrams, Bryan Burk; distribuzione: Universal Pictures; origine: USA, 2008; durata: 85’; web info: sito ufficiale.


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