Code Blue - Cannes 2011 - Quinzaine des Rèalisateurs

Le sezioni collaterali del Festival di Cannes nascondo sempre delle sorprese o delle opere che fanno parlare di sé. Quest’anno è il caso della Quinziane des Realizateurs che presenta nella sua selezione il film danese Code Blue, diretto da Urszula Antoniak.
La proiezione al Theatre Croisette di Cannes era stata preceduta con diversi giorni di anticipo da cartelli dell’organizzazione che informavano il pubblico che il film danese conteneva scene ed immagini che avrebbero potuto toccare la sensibilità dello spettatore. Sono bastate queste poche parole per creare subito un caso attorno a quest’opera, attesa a questo punto come uno dei probabili film scandalo di questa edizione - perché si sa, nei grandi festival pellicole disturbanti non ci stanno mai male. Ma si sa anche che non basta un’etichetta simile per dare seguito ad un film se quest’ultimo non offre la possibilità allo spettatore di discutere su di esso travalicando le scene “scandalose” che porta sullo schermo. Un film scandalo è quello che dà spunti di riflessione, che cela dietro le sue immagini forti e fastidiose un intento artistico, un discorso poetico. Ecco, Code Blue non è un film scandalo, ma solo un film furbo che vorrebbe esserlo a tutti costi. Urszula Antoniak mette insieme troppi ingredienti, troppe tematiche, troppi elementi. Il ritratto della protagonista, infermiera che lavora con pazienti in stato terminale, mostra una psicologia complessa e irrazionale, una donna che non sa cosa vuole, irrealizzata, sola, sessualmente repressa e dai sentimenti confusi. Tale ritratto è composto da azioni incomprensibili, da decisioni morali contestabili (l’infermiera “accompagna dolcemente” alla morte i suoi pazienti anche quando loro non vorrebbero assolutamente smettere di lottare), da masochismo, dal piacere della violenza, da voyeurismo, da “macabre” masturbazioni. Code Blue è un’escalation di non-sense. Inizia bene, con scelte visive interessanti, colori freddi, giochi di luci tendenti al chiaroscuro, con un sguardo all’apparenza delicato e pieno di sensibilità ma sotteso da una notevole tensione psicologica. Poi però il personaggio esplode nei suoi desideri repressi, nelle sue paure, nei suoi rimorsi, nel timore di non capire se stessa e di non essere capita dagli altri, ed il film di conseguenza implode, perdendo la bussola della narrazione e lasciandosi trascinare solo dalla sfrenata voglia di disturbare il pubblico. Nella seconda parte del film, la confusione psicologica della protagonista non rappresenta più il nucleo dell’opera, ma solo un futile pretesto per incupire le immagini, colpire lo stomaco e l’occhio dello spettatore.
Urszula Antoniak dimostra così di avere poche idee o comunque di non saperle sfruttare. Ed il risultato finale è semplicemente una copia brutta, vuota e sbiadita dell’estetica del connazionale Lars Von Trier. Un regista che al contrario della sua collega, quando viene a Cannes, suscita sempre vero scandalo.
(Code Blue) Regia e sceneggiatura: Urszula Antoniak; fotografia: Jasper Wolf; suono: Jan Schermer; montaggio: Nathalie Alonso Casale; musica: Ethan Rose; interpreti: Bien de Moor, Lars Eidinger; produzione: Zentropia; origine: Danimarca; durata: 80’
