Cogan - Killing Them Softly

«All’inizio l’ho immaginato come un film drammatico, ma più mi ci addentravo, più mi sembrava la storia di una crisi economica, una crisi dell’economia criminale basata sul gioco d’azzardo e provocata da una mancata regolamentazione. In altre parole, una versione in scala della situazione attuale in America».
Sono queste alcune delle dichiarazioni rilasciate da Andrew Dominik, necessarie per inquadrare fin da subito la sua visione per quanto riguarda la pellicola che ha presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes, crime story adattata dallo stesso Dominik a partire dal romanzo Cogan’s Trade, pubblicato da George V. Higgins nel 1974 - il cui stile si dice essere stato precursore di quello cinematografico di Quentin Tarantino – spostando però le vicende da Boston a New Orleans e ambientandole nel 2008, dopo lo scoppio della Crisi dei subprime e durante la corsa alle Presidenziali che hanno visto uscire vincitore Barack Obama.
Così assume forse un profilo diverso la storia dei due criminali da strapazzo che mettono a segno un colpo geniale, derubando il piatto di una serata di poker controllata dalla mafia, provocando il collasso dell’economia criminale locale (chi continuerebbe a puntare i propri soldi senza potersi sentire protetto?). Sarà Jackie Cogan (Brad Pitt) il sicario professionista ingaggiato per rintracciare gli autori della rapina e riportare l’ordine.
Killing Them Softly, è l’obiettivo di Cogan: ucciderli con dolcezza, raggiungendo un’eleganza e una precisione che tocchino una ’leggerezza’ dai crismi quasi calviniani, (a)tipica lezione americana, divenendo un esercizio di stile, oltre che un modo di stare al mondo. Perché in fondo di questo, e solo di questo, tratta Cogan: di come si sta e di come si deve stare al mondo. Ognuno al suo posto, all’interno di una umanità in ogni caso fredda, spesso sconclusionata e disperata – ancor più allorché pare non accorgersi di tale sua condizione – divisa tra sommersi e salvati, laddove la pietà verso la più generale condizione umana, quale si evince dall’occhio e dalla mano che l’hanno messa in scena, è comunque soffocata dalla medesima, siffatta, condizione, schiava del denaro e senza via di scampo. Così ciò che ne esce fuori è un ritratto dell’America tutta, come più volte sottolineato dalla presenza in sottofondo dei discorsi, ripresi e amplificati dalla televisione, dell’uscente Presidente Bush che spiega la Crisi al Popolo, la contesa elettorale tra McCain e Obama, fino al discorso di quest’ultimo dopo la sua ascesa al trono, in chiusura di pellicola: The End.
«Credo che i film sulla criminalità siano fondamentali per il capitalismo, perché mostrano il funzionamento della teoria capitalista nella sua forma base. Inoltre è l’unico genere in cui viene totalmente accettato che i protagonisti agiscano spinti solo dalla brama del denaro» (Andrew Dominik).
Dramma, crimine, commedia, eleganza e leggerezza, profonda e violenta animalità, ricerca del piacere fine a se stesso, senza alcuna evoluzione, una certa malinconia da parte di chi e verso chi non sa stare al passo coi tempi; dialoghi serrati e battute che bruciano come pallottole, un omicidio ripreso attraverso un rallenty dall’insostenibile durata e un altro che giunge all’improvviso, fulminante. Questa è la commedia del Tutto, dell’umano essere ed esistere, espressione che passa attraverso le varie forme di espressività che innervano il mondo e che gli donano vigore: con positività o negatività, ciò non importa.
Cinema più che altro post-tarantiniano, con Tarantino che, in questo caso, secondo noi non c’entra praticamente nulla, per un ’Post’ che diviene più che altro un superamento, visto che Dominik è meno esibizionista e di meno cerca l’effetto e l’illuminazione a piè sospinto, per un ’Post’ che diventa quindi un depotenziamento. Lo stesso vale per talune assurdità e certe freddezze nella messa in scena che discendono direttamente dai fratelli Coen, seppure anch’esse sempre depotenziate. Soprattutto perché in Killing Them Softly quella che regna sovrana, alla fin fine, è la semplicità.
Un film non completamente riuscito, quello realizzato da Andrew Dominik, ma tuttavia non privo di fascino, in particolare grazie alle performance del cast di attori, mentre l’occhio che ha dato vita alla pellicola non sempre ha mostrato di poter mantenere una mano ferma e di saper creare un vivo universo cinematografico, pagando in particolare lo scotto di uno script a tratti troppo didascalico e ripetitivo nel mostrare i concetti che ha inteso veicolare: tante buone intenzioni riguardo l’umana condizione (dell’America).
(Killing Them Softly); Regia: Andrew Dominik; sceneggiatura: Andrew Dominik dal romanzo Cogan scritto da George V. Higgins; fotografia: Greig Fraser; montaggio: Brian A. Kates e John Paul Horstmann; musica: brani di repertorio; interpreti: Brad Pitt (Jackie Cogan), Scoot McNairy (Frankie), Ben Mendelsohn (Russell), James Gandolfini (Mickey), Vincent Curatola (Johnny Amato), Richard Jenkins (Driver), Ray Liotta (Markie Trattman), Trevor Long (Steve Caprio), Max Casella (Barry Caprio), Sam Shepard (Dillon), Slaine (Kenny); produzione: Plan B Entertainment, 1984 Private Defense Contractors, Annapurna Pictures, Chockstone Pictures, Inferno Entertainment; distribuzione: Eagle Pictures; origine: USA, 2012; durata: 97’; web info: sito internazionale, minisito italiano.
