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COMPLICITA’ E SOSPETTI

Pubblicato il 10 febbraio 2007 da Fabrizio Croce


COMPLICITA' E SOSPETTI

La traduzione di un titolo, specialmente da un lingua della quale si afferra il senso pur non riuscendo a renderlo attraverso degli specifici termini equivalenti, può provocare nel possibile spettatore delle attese o delle aspettative che poi vanno inevitabilmente a scontrarsi con la reale natura dell’opera. Breaking and Entering il nome originale dell’ultimo film di un cineasta dal gusto solitamente illustrativo e tradizionalmente narrativo come l’inglese Anthony Minghella e il titolo italiano, Complicità e sospetti, non rende stavolta giustizia al suo tentativo di andare più sul sottile, di penetrare il significato più profondo di storia e personaggi, almeno nelle intenzioni. "Breaking" e "Entering" sta letteralmente per rompendo e penetrando, due verbi che danno con precisione il doppio movimento su cui è fondata l’azione del film. Da una parte c’è Miro, un giovane e atletico ragazzo extra-comunitario che, nella Londra contemporanea, è specializzato in furti all’interno di uffici e appartamenti dei quartieri dell’alta borghesia, dall’altra c’è Will bell’architetto in carriera che, stufo dei continui assalti al suo nuovo studio, si apposta per scoprire i furfanti e segue Miro all’interno di un mondo speculare al suo, la zona povera e degradata della città, dove il ladruncolo adolescente vive con la madre, una rifugiata bosniaca che sopravvive facendo piccoli lavori di sartoria. In entrambi i casi c’è dunque una rottura, un voler infrangere le regole dello spazio fisico e sociale, compenetrando i contesti ma anche i ruoli, con l’idea di Will che, da derubato, diventa colui che penetra e si introduce abusivamente nella realtà di Miro.
E per Minghella penetrare un realtà non significa certo abbandonarsi ad una cruda e livida riflessione sull’uomo inteso come individuo sociale alla Ken Loach, cercare di raggiungere una verità delle emozioni attraverso le verità delle facce e dei corpi così com’è in grado di riconoscerla la mdp di Mike Leigh, tanto per citare due autori agli antipodi per scelte estetiche e narrative, seppur compatrioti, del nostro Minghella. Che fa la cosa che crede gli riesca meglio, la butta sul melodramma, scegliendo i soliti rassicuranti corpi di attori indiscutibilmenti bravi ma scontati e abusati. Jude Law fa il tormentato e sottilmente perverso Will inizialmente sedotto dalla possibilità di varcare la soglia di quel mondo a lui estraneo mantenendo il controllo della situazione, mentre Juliette Binoche, che non sembra la più credibile rifugiata bosniaca dello schermo, interpreta Amira con la solita vibrante emotività e sensualità, ma la pur pregevole tecnica intepretativa della coppia rimane ad un livello formale, apparente, che non mette in contatto profondamente i due personaggi e gli spettatori con loro, e l’abbandono alla passione risulta più un necessario snodo narrativo che dona l’opportunità a Minghella di esibere la sua rutilante scrittura drammaturgica fatta di ricatti, intrighi, sensi di colpa e l’assoluta necessità di chiudere il cerchio, di dare un senso alla storia raccontata.

Del resto il racconto, per quanto prevedibile, edificante e moralista, si lascia pure seguire, con quella madre che, scoprendo l’inganno dell’amante bello e ricco, scatena un nuovo meccanismo di minacce e menzogne, spigendo il pedale su una serie di situazioni a specchio dove i ruoli di vittima e carnefice vengono continuamente rovesciati, per arrivare ad un finale di risoluzione positiva e di speranza. Il problema a tratti sconfortante di Minghella risiede nell’incapacità di mettere a fuoco l’ambiziosa materia trattata con uno stile efficace, incisivo, aderente alle situazioni in tutta la loro ambivalenza, nelle sotterranee pulsioni che il pretenzioso testo vorrebbe tirare fuori dall’ostinato scontrarsi e incontrarsi dei caratteri, sullo sfondo di un paesaggio urbano colto a tratti negli asettici e freddi lineamenti da mausoleo dell’autistica borghesia benestante, a tratti,con risultati assai meno convincenti, in squarci di ribbollente e disperata umanità clandestina per cultura e passaporto. Tutta questa carne al fuoco si consuma come un pasto ricco di sostanza, che lascia in bocca un sapore dove il gusto più pungente, che si ricorda una volta terminata la proiezione, è quello secondario rispetto alla prima impressione. Se il duetto Law-Binoche si colloca tra l’indigesto e lo stucchevole, gli accenti migliori e più autentici Minghella li trova nel tratteggio della figura della moglie di Will, una donna svedese con tanto di figlia problematica e impenetrabile, finemente tratteggiata da una Robin Wright Penn che evita la maniera e servendosi dei silenzi e dell’impoderabile alterità che suggerisce il suo sguardo, crea l’autentica, dolorosa barriera di isolamento e incomunicabilità che dice molte più cose sul comportamento di Will, sulla sua necessità di lasciarsi sedurre dallo sconosciuto e dall’ignoto, rispetto a tutto il contorto intrigo della storia con la Binoche e il figlio ladro. Quando c’è la Wright Penn in scena accade come se la mdp cogliesse una nascosta sintonia con il discorso interno o, più precisamente, intimo, privato,"di coppia" e riuscisse a farlo esplodere in frammenti di inferno familiare credibili, quasi toccanti.
Poi, putroppo, anche questa linea periferica del racconto viene fagocitata dall’intreccio principale e la palpabile tensione negativa e tagliente che divide gli apparentemente perfetti coniugi è diluita sbiaditamente dalla perfetta risoluzione conclusiva dove, da antagonista aliena e alienata, la moglie diventa demiurgo della vicenda, mostrando quella capacità di comprendere e quella pazienza di ascoltare e rimarginare le ferite che Minghella ha sempre sottolineato nella scrittura dei personaggi femminili, una scelta che penalizza l’espressione di un realismo e di una coerenza psicologica in nome di una concezione politicamente corretta degli esseri umani che per quanto schiavi di passioni, perversioni, avidità ed egoismi finiscono per compiere sempre l’azione più corretta, quella che libera i cuori e le coscienze. Per questo le immagini, i personaggi e andando al nocciolo le stesse storie di MInghella finiscono per non possedere un peso specifico se non da un punto di vista strutturale, di non superare la bidimensionalità e scavare con cruda decisione, con il coraggio della sgradevolezza e dell’amarezza, di renderci consapevoli della scarsa commestibilità di ciò di cui ci stiamo nutrendo servito su un piatto cos’è luccicante e raffinato. Tutto è leccato, curato, studiato, costruito, non c’è lo spazio per emozionarsi con convinzione, è come se qualcuno stesse recitando una poesia a memoria alternata alla lettura della lista della spesa, davanti una platea con i tappi alle orecchie che sta solo attendendo il termine della performance (in questo caso circa due ore). Usciti dal cinema si vorrebbe solo andare a vedere l’altro film che Robin Wright Penn aveva dato l’idea di interpretare e che Minghella non è riuscito a filmare. E il titolo italiano, se non la nobiltà delle intenzioni, ha colto la banalità del risultati.


CAST & CREDITS

(Breaking and Entering) Regia e sceneggiatura: Anthony Minghella; fotografia: Benoit Delhomme; montaggio: Lisa Gunning; musiche: Karl Hyde, Rick Smith, Gabriel Yared; interpreti: Jude Law (Will), Juliette Binoche (Amira), Robin Wright Penn (Liv), Vera Farmiga (Oana), Martin Freeman (Sandy), Rafi Gavron (Miro); produzione: Tom Bricker, Anthony Minghella, Sydney Pollack; distribuzione: Buena Vista International Italia; origine: Gran Bretagna\\Usa 2006; durata: 2h’ sito ufficiale


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