Concorso PNC: Campfire

Campfire è una storia semplice che, nella sua essenzialità a tratti eccessiva ricorda molto da vicino il modello lineare del film televisivo e del racconto esemplare per famiglie. La linea discorsiva scelta dal regista Joseph Cedar, però, e in questo riposa un merito sicuro, ricorda molto più la lezione della televisione fassbinderiana che non lo schematismo del modello americano per cui il risultato finale, non perviene alla banalità che spesso contraddistingue le operazioni della televisione statunitense. Dal Fassbinder televisivo Cedar recupera sicuramente l’attenzione per il tessuto sociale e il rapporto difficile che, con questo, hanno i personaggi principali dell’apologo messo in scena. Ma recupera anche l’attenzione per un universo prevalentemente femminile (qui nella forma di un racconto generazionale che vede la contrapposizione madre/figlie) colto, attraverso lo sguardo partecipe della macchina da presa, in tutte le sue necessarie contraddizioni. Identica, infine, è anche la propensione verso il finale positivo (ma non per questo anche edificante) che, pur non risolvendo le contrapposizioni messe in campo nel corso del film, riesce a portarle verso un punto di non ritorno utopico che lascia il campo aperto se non altro alla possibile speranza di una futura ricomposizione. Su queste basi diventa facile comprendere il percorso che il regista mette di fronte alle tre protagoniste della pellicola. Il primo è quello di una madre, Rachel Gerlick, vedova di recente, che deve scendere a patti con la solitudine che la stessa società ebraica le mette di fronte. Incapace a ricostruirsi una propria vita la donna vede come unica possibilità quella di unirsi ad un gruppo religioso prossimo all’acquisto di un condominio. Si vede da subito, quindi, come le motivazioni che spingono la donna ad aderire al gruppo non siano né di carattere religioso (il personaggio ci viene, anzi, presentato come credente, ma solo ad un livello superficiale) né, tanto meno, di carattere politico. Al contrario la sua è una scelta individualistica e, al fondo, grettamente egoistica che non prende in considerazione in nessun modi i desideri delle figlie. La seconda storia è quella della figlia minore, Tami, che, innamorata di un simpatico coetaneo, viene violentata da un amico di lui per poi essere, perfino, accusata di averlo sedotto. Esti, infine, la più grande e la meno tratteggiata vive più fortemente un rapporto conflittuale con la madre sognando il momento in cui poter finalmente lasciare la casa per vivere una propria vita. I tre destini si intrecciano, ovviamente, ma è da dire che il destino delle due figlie serve essenzialmente ad una crescita interiore della madre che, alla fine del film, ha davvero modo di comprendere la grettezza del mondo circostante di cui pure voleva essere parte, prendendone criticamente le distanze. Emerge dai limiti di questo piccolo apologo, il ritratto di una società, quella israeliana, patriarcale e ancora sostanzialmente sorda nei confronti dei bisogni delle donne. Un mondo fatto di apparenze vuote, ma necessarie (troppo vicino l’orrore dell’Olocausto, troppo doloroso il rapporto con il mondo arabo) che non è, comunque, molto dissimile dal modello italiano o americano. Per cui si ha presto l’impressione che Cedar rincorra più che altro una storia universale e per far questo sacrifichi troppo quell’ideale ritratto della realtà israeliana contemporanea che il film poteva, in fondo, essere. Resta alla fine proprio il racconto a brillare per la sua insita dolcezza e per il suo desiderio di tenersi al di fuori di qualsiasi dibattito politico. Un racconto intimamente e sinceramente sentito, tutto intessuto di suggestioni minute che vive tutto della bravura degli interpreti (comprimari compresi) e nei minuti dettagli psicologici che lo vanno a comporre.
(Medurat Hashevet Campfire); Regia: Joseph Cedar; sceneggiatura: Joseph Cedar; fotografia: Ofer Inov; montaggio: Einat Glaser Zathin; musica: Ofer Schalchin; interpreti: Michaela Eshet, Hani Furstenberg, Maya Maron, Moshe Ivgy, Assi Dayan, Yehoram Gaon, Oshri Cohen; produzione: Cinema production, The Israel Film Fund, Yes, Reshet; origine: Israele 2004
[luglio 2004]
